di Antonio Menichella
Eugenio Finardi (Parte II)
1976: Sugo
Nel 1976 (era destino!!!), dopo l’aggressivo esordio di Non gettate alcun oggetto dai finestrini dell’anno precedente, Finardi pubblica Sugo.
L’album risulta nel complesso più evoluto musicalmente e contenutisticamente, tanto da riscuotere maggiori attenzioni di pubblico e critica. Sarà forse merito della presenza di due cavalli di battaglia della discografia di Finardi:
Musica Ribelle e
La Radio. La prima è il vero manifesto artistico e politico del cantautore milanese, sorta di spot promozionale della musica militante nostrana; mentre la seconda, commissionata un po’ per scherzo, come jingle, da Radio Popolare, è un vero e proprio inno alle nascenti radio libere. A rendere l’idea della atipicità della figura di Finardi nel panorama musicale nazionale c’è
Quasar, nervoso brano strumentale jazz-rock,
improponibile nel disco di un qualsiasi altro “cantautore”, ma perfettamente inserito nella dimensione finardiana più sperimentale. Il brano evidenzia la presenza di alcuni componenti degli Area, che porterà in seguito a più intense collaborazioni (in particolare quella di Paolo Tofani come arrangiatore e produttore). Tuttavia, se si esclude questa breve parentesi strumentale, la natura dell’album resta quella di “dire”, di “comunicare”. Ecco allora
Soldi, rabbioso brano di denuncia che parla chiaro sin dai primi versi (“
C’è chi c’ha i soldi per ridere e scherzare, c’è chi non ha neanche i soldi per mangiare…”). Finardi è tutto qui. Chiaro, no?!
Ninnananna, raffinata ed essenziale melodia composta da piano e violino, altro non è che una classica… ninnananna.
Sulla strada è una ballata elettroacustica dai toni distesi e rilassati, autobiografica sino al midollo. Voglio, riprende laddove si era fermata Soldi, e cioè dalle speranze e dalle illusioni di una intera generazione che, allora come oggi, vedeva nel futuro solo incertezze e difficoltà insormontabili.
Oggi ho imparato a volare è (a mio avviso) forse il vero capolavoro dell’album. Intima e personale. Un celebre aforisma dice che solo chi è veramente caduto riesce a rialzarsi. [!!!]
La C.I.A., dai ritmi pseudo-reggae e caraibici, è l’immancabile sferzata antimperialista riservata alla potenza statunitense. Ironica ma ugualmente “impegnata” (“La C.I.A. ci spia e non vuole andare più via…”). Grande Eugenio!!!
La paura del domani, che materialmente chiude l’album, completa, con Soldi e Voglio, il trittico delle meraviglie. Finardi ha l’urgenza di denunciare ciò che non funziona (e che mai funzionerà), e lo fa cantando il disagio generazionale che segnerà un’epoca.
(continua… alla prossima con Diesel!)
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