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Ebrea: L’orrore dell’olocausto messo in scena PDF Stampa E-mail
menostress-Journal - Arte da scoprire
martedì 19 agosto 2008

di Antonio Menichella

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(…) Un popolo di razza pura che è cosciente del suo sangue, non sarà mai assoggettato dall'ebreo. Costui non potrà essere che il signore dei popoli bastardi(…)

Ad una visione così diabolicamente distorta della razza ebraica del manifesto dell'antisemitismo hitleriano, espresso nel Mein Kampf, Mauri, attraverso l'opera “Ebrea”, contrappone il manifesto dell'anti-razzismo e della tolleranza a tutti i livelli. Egli innalza l'ebrea della sua performance a paradigma di ogni ingiusta discriminazione: l'ebrea può essere il negro, il giallo, il terrone, l'extracomunitario, il cristiano, il musulmano, il povero, l'handicappato, il malato o semplicemente l'originale, l'anticonformista, lo stesso artista… l'umanità esclusa, oppressa, umiliata, alienata, giudicata, emarginata.
Il tema dell’opera è “discriminare l'uomo a motivo di un disvalore, o ugualmente di un valore”, in cui il termine discriminare altro non è che la condanna, per segni esterni e collettivi, operata  dall’uomo sull'uomo. Ecco ciò che l’artista denuncia.
L'immagine del popolo ebraico, che appare nel leggere le parole di Hitler, contrasta visibilmente con quella che ne dà l'artista: una giovane donna, sì dai neri capelli crespi, ma dai lineamenti delicati, dallo sguardo dimesso, discreta e casta nella sua nudità, si taglia i capelli, silenziosa, davanti ad un piccolo specchio e ve li incolla su a formare una stella di David, come quella che le marchia la pelle sul petto insieme ad una sigla di numeri e lettere sopra il seno destro.
Esposti insieme alla donna, che agisce in un angolo della sala o in una stanza diversa (a seconda dei molteplici luoghi in cui è stata presentata l'opera), sono disposti in ordine sparso diciassette oggetti-sculture, dall'accattivante design moderno, ad uno sguardo superficiale, che rappresentano oggetti comuni, di vita quotidiana, anche di un certo lusso. Ad una più attenta osservazione il piacere estetico si tramuta in agghiacciante orrore etico e morale, oltre che in effettiva repulsione fisica; infatti, nel leggere i cartellini che accompagnano gli oggetti, si scopre di essere di fronte a raccapriccianti brandelli umani: un cavallo delle S.S. a grandezza naturale con raffinati finimenti in pelle ebrea; una lussuosa carrozzina da neonato eseguita con i resti della famiglia ebrea Modigliani-Lodz; eleganti pattini a rotelle bianchi da donna appartenuti ad Anna Citterich, ed eseguiti da lei stessa; un gioiello con due denti incastonati, esposto su di una piccola cornice che riproduce, in piccole dimensioni, uno schermo con la scritta "END"; un lungo guanto chiaro è il Priscilla-guanto (in questo oggetto Mauri utilizza il nome di una sua cugina ebrea, indicando un ancor più stretto e personale coinvolgimento in quest'opera); una moderna poltrona in stile razionalista, realizzata con pelle ebrea; e ancora pelli da sci eseguite “con” Oswald e Mirta Rohn catturati a Davos-Brzezinka; racchetta nera con corde di budello; una valigia ebrea; pennelli di capelli, colori organici e pergamena ebrea; saponi; una macchinetta per tagliare, o meglio “tosare”, i capelli; vera cera ebrea e infine l'armadietto con specchio, garze e forbici, di fronte al quale la ragazza ebrea mette in scena la sua performance tagliandosi i capelli.
Inoltre alle pareti sono appese tre grandi stelle di David con una banda nera al centro su cui in piccolo è scritta una frase in ebraico del profeta Geremia: "Un grido si è udito in Rama, di grande pianto e lamento. E' Rachele che piange i suoi figli, e non vuole essere consolata, perché essi non ci sono più".
Mauri si muove tra azionismo, arte ambientale e neo-dadaismo in modo dinamico e mai etichettabile; si mette in linea ed in antitesi con la Pop Art e, laddove quest'ultima trova nella lattina di Coca-cola o nella scatola di zuppa Campbell l'icona oggettuale, ludica e fiduciosa nel progresso, della società americana, Mauri riflette sul fatto che l'oggetto ansioso europeo non potrà mai essere "un fiasco di Chianti" ma si riconosce nell'ideologia, dunque in oggetti che ne affermano la presenza spesso devastante per l'uomo. Mauri è uomo “politico” nel senso che è uomo di relazioni, che vive nel proprio tempo e pur mostrando oggetti, espone esclusivamente problemi.
In “Ebrea” Mauri compie una fredda operazione, indelicatamente culturale e traumaticamente anti-razzista. Ricompie con pazienza, con le sue mani, l'esperienza del turpe. Ne esplora le possibilità mentali. Estendendone l'atto, inventa nuovi oggetti fatti “di” (non “da”) nuovi uomini. Egli ipotizza un futuro (una profezia per fortuna mancata) in cui i nazisti abbiano vinto e gli ebrei siano stati trasformati in materia prima, in categoria di consumo: ci troveremmo, così, di fronte allo sfruttamento dell'uomo fatto a pezzi e usato come cosa in modo aberrante, progetto che, d'altronde, i tedeschi avevano già cominciato a realizzare nelle saponette ottenute con la saponificazione dei cadaveri ebrei nei campi di sterminio.
In termini logici è la reductio ad absurdum: seguire un ragionamento sbagliato fino a farne emergere tutta la stortura di fondo(!!!)
Pratica di difficile assimilazione in una società che ostenta effimere ricchezze e ricorre all’assurdo come veicolo per la celebrità. La cronaca insegna! Meditiamo.
 

 
Notizie dal mondo open-source - 00 PDF Stampa E-mail
menostress-Journal - Notizie dal mondo open-source
martedì 19 agosto 2008
di Vincenzo Marrone

nowindows.jpgCari lettori, chi vi scrive è un cultore ormai da quasi un anno, del software open-source. Inziando dalle basi: cosa significa questa magina parola?
Da it.wikipedia.org: In informatica, open source (termine inglese che significa sorgente aperto) indica un software rilasciato con un tipo di licenza per la quale il codice sorgente è lasciato alla disponibilità di eventuali sviluppatori, in modo che con la collaborazione (in genere libera e spontanea) il prodotto finale possa raggiungere una complessità maggiore di quanto potrebbe ottenere un singolo gruppo di programmazione.

Con questa definizione chi è poco pratico di CODICE SORGENTE o PROGRAMMAZIONE non ci capisce poi molto. Cerchiamo di spiegare in parole "povere" ciò che vuol dire. Partiamo dal concetto che i software (programmi installati sul vostro PC) sono il risultato di un duro lavoro (PROGRAMMAZIONE) effettuato da gruppi di persone che riescono ad esprimere un concetto o un espressione in linguaggio comprensibile al vostro PC. Il linguaggio di programmazione quindi rappresenta una lingua di tramite tra quella umana e quella delle macchine.

Facciamo un esempio: vorrei che il mio pc calcolasse la somma dei soldi spesi in un mese. a questo punto un programmatore scrive un testo (CODICE SORGENTE) contentente le operazioni che il pc deve compiere per ricevere gli importi delle spese per sputarvi poi fuori il risultato. Dal codice sorgente, tramite il COMPILATORE, viene generato un file ESEGUIBILE (solitamente un file .exe) che sarà il vostro software. Quindi quello che voi scaricate (legalmente) da Internet, acquistate o vi fate prestare, è un oggetto derivato dal CODICE SORGENTE, Il vantaggio quindi di un software open-source è quello di avere a disposizione anche il testo sorgente, affinchè uno SVILUPPATORE possa modificare il programma a proprio piacimento.

Ma a questo punto vi starete chiedendo: sì, ma a noi che non siamo sviluppatori, che ce ne frega di tutto ciò?
Bene, la risposta al prossimo numero...
Stay tuned!
 
Ciao Robert! Elogio a Robert Rauschenberg! PDF Stampa E-mail
menostress-Journal - Arte da scoprire
martedì 19 agosto 2008

di Antonio Menichella

RobertRauschenberg.jpg

Sarà il caso, saranno gli eventi, sarà il naturale corso della vita, ma la velocità con cui ormai comunichiamo e ci informiamo ci porta, sempre con maggiore frequenza, ad essere al centro di inaspettati avvenimenti.

Così proprio mentre il “grande capo menostressato” mi sprona via MSN a redigere un nuovo articolo, apprendo dalla TV la notizia della morte di Robert Rauschenberg (TG1 ore 20.00, martedì 13 maggio 2008). Sorvolo (polemicamente) sulla natura e sulla durata del servizio – nel quale si liquida Rauschenberg con un “coccodrillo” di pessima fattura e scarsa qualità – anche perché al direttore Riotta e al bravo Mollica preme di più parlare dell’ennesima trovata del duo Fiorello-Baldini. Fin qui nulla di nuovo. Sono ormai decenni che la televisione italiana sacrifica la cultura a favore di furbe ruffianate nazionalpopolari dagli alti indici di ascolto. Assuefatto ma pur sempre schifato da tale pratica, decido si sopperire alla scortese mancanza dedicando questo spazio alla vita e all’attività artistica di uno degli ultimi geni del Novecento.

Robert Rauschenberg, infatti, nasce il 22 ottobre del 1925 a Port Arthur, in Texas, nipote di un berlinese e di una indiana Cherokee. Dal ’46 al ’47 studia al Kansas City Art Institute, nel ‘47 alla Académie Julian a Parigi (dove conosce Susan Weil, che sarà poi sua moglie), dal ’49 al ’50 all’Art Student’s League a New York. In questi anni lavora come vetrinista, scenografo, costumista; nel ’55 collabora con la Merce Cunningham Dance Company e insieme a John Cage partecipa ad alcuni spettacoli mettendo in scena una sorta di “quadri viventi” , antefatti degli happenings. Con Cy Twombly visita l’Europa: Spagna, Francia, Italia e nel ’53 espone a Roma e a Firenze. Dopo un primo periodo di astrattismo detto della “scrittura bianca” diviene, con Jasper Johns, protagonista di quel rinnovamento all’interno della “Scuola di New York”, che si manifestò, con il nome “New Dada”, attraverso il passaggio dall’espressionismo astratto e dall’action painting alla Pop art. L’azione pittorica viene contaminata dal recupero e dall’introduzione nel quadro dell’oggetto della vita quotidiana, logorato e reso inutilizzabile, prolungandone la vita e rendendogli una nuova identità. Alterna all’assemblaggio di immagini quello di oggetti. La sua opera si configura come una stratificazione di piani con forme e contenuti, in cui l’unificazione avviene esclusivamente mediante una pennellata vivificante a volte densa di colore e a volte quasi trasparente: sono i “combine painting” (ovvero le pitture combinate).

bed.jpgLa sua tecnica si avvale anche del riporto fotografico su tela tramite la serigrafia (pratica ampiamente adottata da diversi artisti Pop, e che apprende da Andy Warhol). L’uso di un mezzo di riproduzione commerciale dell’immagine come la serigrafia e la forte presenza di immagini tratte dalla stampa indussero i critici di allora ad identificare Rauschenberg con la Pop art, apparsa in quegli anni sulla scena newyorkese. I dipinti e le fotografie di Rauschenberg possiedono infatti una qualità espressiva che si manifesta nelle riproduzioni volutamente esibite del processo di riproduzione (il registro serigrafico). L’universalità come leitmotiv dell’opera artistica di Rauschenberg si riferisce ai contenuti artistico-filosofici, agli aspetti mass mediali e alle tecniche di rappresentazione che, oltre alla serigrafia, si arricchiscono di ulteriori mezzi quali: il ricalco, il frottage, il “transferdrawing”, il retino, la fotografia, i ritagli di giornale, i fumetti e gli objets trouvés.

Una delle sue più note opere è “Bed”, del 1955, in cui l’artista porta all’interno dell’installazione un letto reale, nelle sue naturali dimensioni, intervenendo su di esso con il colore, sporcandolo con scolature, macchie, mescolanze, che rendono l’oggetto vissuto e straordinariamente eloquente. Presentare oggetti d’uso quotidiano o rottami come opere d’arte, o come elementi di una composizione, non è una novità assoluta: lo avevano già fatto i dadaisti fin dal primo dopoguerra. Rauschenberg, però, lo fa senza più alcun intento  issacrante o polemico, ma semplicemente per constatare la realtà d’ogni giorno: quella degli oggetti prodotti in serie, della segnaletica stradale, dei cartelloni pubblicitari e degli altri mass media. Si, gli stessi mass media a cui oggi pesa tanto tributargli un ultimo, doveroso, spontaneo saluto.

Ciao Robert! Con sincera ammirazione, A.M. 

 
La violenza estetica della pop-art PDF Stampa E-mail
menostress-Journal - Arte da scoprire
lunedì 18 agosto 2008

di Antonio Menichella

“Se volete sapere tutto su di me, non avete che da guardare la superficie dei miei quadri. Eccomi, nulla è nascosto”. 
Andy Warhol

monroe1.jpgQuesta sintetica affermazione di Warhol, racchiude in sé tutta l’estetica visionaria e di superficie della Pop Art, che basa le sue fondamenta sulla rappresentazione di immagini dall’impatto grafico e bidimensionale, prediligendo superfici piatte dai colori acidi, violenti, contrastanti ed irreali.
Un classico esempio di opera Pop, assurto ormai a status di icona, è la Marilyn che Warhol, dal 1962, propone nei più disparati abbinamenti cromatici.
Mediante l’adozione della tecnica serigrafica, Warhol spersonalizza la sua pittura rendendola fredda e meccanica. Le immagini, serigrafate su fondi uniformi e vivacissimi, si dispongono sulle enormi tele in apparente disordine, ora sovrapponendosi, ora debordando dai margini, ora lasciando emergere ampie porzioni di fondo. Spesso il soggetto viene reiteratamente proposto e ripetuto, in modo da distruggerne l’espressione mediante l’eccessiva esposizione.
La serie delle Marilyn, come altri ritratti di star e personaggi famosi (tra i quali Liz Taylor e Jackie Kennedy), si inserisce nella più ampia tematica della morte, che caratterizza una fase della produzione artistica di Warhol. Alla serie dedicata alla Monroe, Andy comincia a lavorare subito dopo la morte dell’attrice, avvenuta nella notte tra il 4 e il 5 agosto 1962. Le prime Liz compaiono in occasione di una grave malattia della diva. Mentre propone la serie Jackie all’indomani dell’assassinio di John F. Kennedy, avvenuto il 22 novembre del 1963.
Il taglio fotografico scelto per Marilyn è preso da un ritratto fotografico eseguito in occasione del lancio pubblicitario del film Niagara, ritagliato e adattato al formato quadrato, in più casi proposto in un pattern privo di qualsiasi potenziale emotivo.
La ricchezza cromatica proposta da Warhol vede affiancati colori come il blu, il rosso, il verde, il giallo, con cui lavora su contrasti tra i complementari.

monroe2.jpg 


Warhol, minimizzando, ha spiegato questa sua scelta così: “Quanto al fatto se sia o meno simbolico dipingere la Monroe con colori così violenti: è la bellezza, e lei è bella, e se qualcosa è bello i colori sono belli, ecco tutto”.

 
Piero Manzoni e la sua merda d'artista PDF Stampa E-mail
menostress-Journal - Arte da scoprire
lunedì 18 agosto 2008

di Antonio Menichella

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In un’epoca come la nostra, in cui basta prendere parte ad un reality show o partecipare come tronista ad una banale trasmissione televisiva per essere definito artista, è quanto mai necessario ribadire il ruolo e l’importanza che l’Arte (quella con la “A” maiuscola) ha assunto e assume nel processo evolutivo della specie umana.
Ho ritenuto, dunque, opportuno inaugurare questa nuova (e speriamo lunga) rubrica d’Arte partendo proprio dalla ri-definizione della figura di artista e del suo relativo fare arte nella società contemporanea. Provocatoriamente, e non senza un pizzico di ironia, la scelta è ricaduta su Piero Manzoni e sulla sua bizzarra e discussa opera.
Manzoni è in genere convenzionalmente e correttamente classificato nel movimento del Nouveau Réalisme, ma sono molte le etichette che si potrebbero applicare a questo artista sostanzialmente non etichettabile, che capta ed esprime le istanze di rinnovamento morale e sociale degli anni '60 nei termini di una contestazione ironica e dissacratoria che ha nel dadaismo la sua ascendenza più prossima.
Personaggio chiave della svolta artistica milanese tra gli anni 1958 e 1963, Piero Manzoni mette in atto una decisiva rottura nei riguardi delle esperienze informali con i suoi Achromes, in termini di azzeramento cromatico e di riduzione del quadro a oggetto. La sua opera, attraverso interventi e lavori fortemente connotati in senso dadaista-concettuale, risulta essere figlia diretta dell’arte dissacrante di Duchamp, anche se l’influenza diretta più produttiva è senza dubbio quella di Yves Klein.
Tra il 1959 ed il 1960 Manzoni compie una decisa sterzata di natura concettuale. Nel 1959 compaiono per la prima vola le Linee, tracciate su rotoli chiusi in contenitori cilindrici, con l’indicazione della lunghezza sempre diversa. Nel 1960 Manzoni espone i Corpi d’Aria, palloncini gonfiati con fiato d’artista e dà vita ad una performance intitolata Consumazione dell’Arte Dinamica, in cui gli spettatori sono invitati a mangiare delle uova bollite, su cui l’artista ha impresso l’impronta del suo pollice, che garantisce l’autenticità dell’oggetto come opera d’arte. Un’operazione concettualmente analoga è quella delle Sculture viventi: l’artista firma sulla pelle delle modelle nude in posa, e le fa diventare sculture. Questa operazione si pone alla base delle nuove concezioni fondanti l’Arte Contemporanea. L’operazione svolta da Manzoni, con le Sculture viventi, è una chiara presa di posizione nella definizione della figura dell’artista nella società contemporanea. Un oggetto qualsiasi, secondo Manzoni, rivisitato o semplicemente firmato dall’artista ne sancisce lo status di opera d’arte. Per farla breve: è arte tutto ciò che l’artista produce o sul quale interviene, da qui la definizione di corpo magico dell’artista.
Il 1961 è l’anno delle famigerate scatolette di Merda d’artista. Manzoni sigilla le proprie feci in 90 barattoli di conserva, ai quali applica un'etichetta con la scritta Merda d'artista in inglese, francese, tedesco e italiano. Sulla parte superiore del barattolo è apposto un numero progressivo da 1 a 90 insieme alla firma dell'artista. Manzoni mise in vendita i barattoli di circa 30 grammi ciascuno ad un prezzo pari all'equivalente in oro del loro peso. La metafora della Merda d'artista allude con ironia all'origine profonda del lavoro dell'artista, o in senso più vasto dell'uomo che creativamente produce. La creazione non mancò di suscitare interesse, sia a causa della radicale rottura con la tradizione artistica del tempo che per l'evidente segnale di degenerazione e decadenza dell'arte moderna.

manzoni2.jpgL’associazione tra analità e opera d’arte (e tra oro e feci) è poi un tema ricorrente della letteratura psicanalitica che Manzoni può avere recepito attraverso la lettura di Jung. La novità di Piero Manzoni è aver collegato queste suggestioni ad una riflessione sul ruolo dell’artista di fronte all’autoreferenzialità dell’opera d’arte.
Attualmente i barattoli sono conservati in diverse collezioni d'arte in tutto il mondo (ad esempio l'esemplare numero 4 è esposto alla Tate Modern di Londra) ed il valore di ciascuno di loro è stimato intorno ai 30.000 €, assai superiore al prezzo che Manzoni aveva stabilito. Qualcuno di loro è esploso a causa della pressione interna del gas e della corrosione delle pareti metalliche del contenitore. A Milano, il 23 maggio 2007 nelle sale della casa d'aste Sotheby's, un collezionista privato europeo si è aggiudicato l'esemplare numero 18 a 124.000 €: record d'asta mondiale per una delle 90 opere.
In Manzoni c'è indubbiamente minor freddezza nel guardare una società in crisi alla ricerca di nuovi, problematici valori, c'è anzi un senso di impotenza dolorosa e sfiduciata quando dice: “...non si tratta di formare, non si tratta di articolar messaggi (né si può ricorrere a interventi estranei, quali macchinosità parascientifiche, intimismi da psicanalisi, composizioni da grafica, fantasie etnografiche ecc... ogni disciplina ha in sé i suoi elementi di soluzione); non sono forse espressione, fantasismo, astrazione, vuote finzioni? Non c'è nulla da dire: c'è solo da essere, c'è solo da vivere." 

 

 
Una passeggiata per... Monti PDF Stampa E-mail
menostress-Journal - Ro... come Roma
lunedì 18 agosto 2008

di Roberta Caterino

rionemonti.jpgIntorno a via Cavour, a due passi dal Colosseo c’è uno spicchio di Roma ancora popolare, sopravvissuto ai lavori della metro B e al processo di “commercializzazione” che ha cambiato quartieri storici di Roma ora molto trendy come Testaccio, Trastevere e San Lorenzo.
 Ai tempi di Roma antica la zona si chiamava “Suburra” ed era un quartiere di malaffare dove nacque Cesare e più tardi visse Mecenate. Tra le viette di questo rione si sono consumati nella storia misteriosi delitti, omicidi e regolamenti di conti ma è qui che nei primi secoli dopo Cristo è cominciata la conversione di intere famiglie al Cristianesimo, la raccolta clandestina di reliquie, le prime messe celebrate in segreto. Con l’avvento dei Papi, i “tituli” (le chiese domestiche dei primi cristiani) divennero luoghi sacri, vennero eretti monasteri e luoghi di culto tra le osterie malfamate e gli scenari dei sanguinosi duelli tra monticiani e trasteverini. Un altro contrasto che salta agli occhi è quello tra attici mozzafiato e case completamente abbandonate, senza intonaco né finestre a testimoniare che tra le strade di Monti da sempre si mescolano la ricchezza e la miseria, il sacro e il profano: zingari, nobili e poveracci si dividono la storia e il presente di questo rione.
Il rione Monti attualmente va da via del Quirinale a Porta Metronia, da via Merulana a Via dei Fori Imperiali, ma nel progetto iniziale sarebbe dovuto essere ancora più grande tanto da occupare tre dei sette colli romani e giustificarne il nome. Il giro che vi propongo non tocca due dei monumenti più famosi di questa zona: la chiesa di Santa Maria Maggiore e la Domus Aurea sul colle Oppio, ma la loro fama sicuramente mi precede e chiunque sa dove trovare guide esasutive.
Per cominciare il nostro giro direi di scendere alla fermata “Cavour” della Metro B o parcheggiare a Via degli Annibaldi, di solito si trova posto nelle strisce blu. Via degli Annibaldi incrocia Via Cavour, girate a destra e poco dopo ancora sulla vostra destra trovate la salita San Francesco di Paola che attraverso una suggestiva scalinata vi condurrà direttamente a San Pietro in Vincoli: la chiesa che accoglie il Mosè di Michelangelo. I “killer” del passato hanno approfittato spesso dei gradoni consumati di questa scalinata conosciuta con il nome sinistro di “vicus scelleratus” e qui sono avvenuti molti omicidi illustri come quello del re Servio Tullio per mano della figlia (che a quanto pare, non contenta di aver compiuto il parricidio, volle passare con la biga sul corpo del defunto!) e più tardi di Giovanni Borgia, il celebre Valentino, fratello di Lucrezia e di Cesare (parenti serpenti: fu proprio lui il mandante dell’omicidio!). Se riuscite ad uscire illesi dalla salita maledetta e non portate pantaloni corti o maglie scollate è doveroso entrare all’interno di San Pietro in Vincoli. Qui, oltre alle catene con cui venne imprigionato San Pietro, è conservato il maestoso Mosè di Michelangelo e se qualche turista non lo fa per voi, vi consiglio di investire una ventina di centesimi per accendere l’illuminazione sulla statua, ne vale veramente la pena!
 Usciti dalla Chiesa incamminatevi per via delle Sette Sale (la cisterna delle Sette Sale conteneva più di 8 milioni di litri d’acqua ed era in grado di alimentare le terme di Traiano) alla vostra destra c’è il parco di Traiano. Addentrandovi nel parco potete raggiungere facilmente la Domus Aurea ma il nostro giro continua su via delle Sette Sale fino a quando sulla sinistra una piccola piazza si apre a mostrare il retro di una Chiesa. L’anonima chiesetta intitolata a San Martino e San Silvestro cela degli interni splendidi e soprattutto una veneranda età: risale infatti al terzo secolo dopo Cristo ed è una delle più antiche di Roma. Per ammirare la parte anteriore della Chiesa bisogna però girarle attorno, passando da via Equinozia fino ad arrivare a Piazza San martino a Monti. Qui una scenografica scala si affaccia di fronte alla Torre dei Capocci, che attualmente....è abitata! “Poverini”, avranno un ascensore?
 Lasciatevi la torre-appartamento alle spalle, attraversate la piazza e raggiungete Via di San Martino a Monti, percorrendo questa strada l’odore di kebab si farà sempre più forte e se la passeggiata ha già messo un po’ di appetito, fermatevi per uno “spuntino”, chiamiamolo così.  Prima di arrivare su Via Merulana sulla sinistra incrocerete Via di Santa Prassede e intorno al civico 9 troverete una porticina che prelude ancora una volta ad uno spettacolo inatteso. Varcando la soglia della Basilica di Santa Prassede, un’onda dorata investe lo sguardo e i mosaici che ne decorano gli interni sembrano appartenere ad un altro tempo e ad un altro luogo, anche questa è Roma.
Via di Santa Prassede finisce dritta dritta nella piazza che accoglie Santa Maria Maggiore, una sosta in questa maestosa basilica è d’obbligo per chi non ha mai avuto occasione di visitare i luoghi “da guida turistica”, ma per un giro più “laterale” si  prosegue attraverso Via di Santa Maria Maggiore fino ad incontrare sulla sinistra Via Urbana. Percorrendo via Urbana ci si addentra di nuovo nel cuore del rione, e qui vi consiglio di girovagare un po’ a naso, seguendo i vicoletti e gli scorci che più vi piacciono o la trama di qualche pianta rampicante e cercando di carpire un po’ dello spirito rionale rimasto intatto tra le arterie trafficate e rumorose della capitale. Potreste imbattervi in Via degli Zingari e nella targa dedicata a quanti di loro sono stati perseguitati durante il nazismo, oppure in Via Leonina o Via del Boschetto, e non mancherà occasione di fermarsi, se volete, in qualche enoteca, libreria o negozietto di oggetti splendidamente inutili.  Vagabondando all’interno del rione cercate di arrivare (e se siete carenti di orientamento, fate come me: chiedete!) presto o tardi alla piazza della Madonna ai Monti. Potete fermarvi 5 minuti sul bordo della fontana, per riprendere fiato e per assistere ad un vero e proprio scorcio di vita di paese, qui infatti gli abitanti del quartiere si ritrovano per parlare della partita, dei lavori alla fontana, del caldo e di cosa fare con l’insalata di riso avanzata dalla giornata al mare, un vero spettacolo!
Siamo arrivati all’ultima parte della passeggiata, poco più avanti rispetto alla piazza si trova Via della Madonna ai Monti e la chiesa dedicata a Santa Maria a Monti (conosciuta più come Madonna ai Monti). Proprio in mezzo alla strada vicino alla Chiesa se ne sta un isolato di case medievali completamente avvolto nell’edera, al piano terra oltre la coltre di piante c’è, niente meno che, un grazioso negozio di fiori! Sul fianco sinistro dell’edificio delle strutture in legno racchiudono piccoli balconi e nell’insieme , lo scorcio è davvero suggestivo. Nei paraggi, c’è anche uno degli esempi di cosa successe a quando la Roma vinse lo scudetto, l’intera parete di una casa ritrare l’esultante profilo di Totti su fondo giallo rosso! A metà di Via madonna dei Monti tagliare per via del Garofano e poi di nuovo a destra per le scalette di Via degli Ibernasi, dopo la curva si apre la visuale dei Fori con uno spicchio di altare della Patria, a ricordarci che siamo in centro a due passi dalle irrinunciabili tappe turistiche. Proseguendo si arriva all’ultima tappa del tour, la piazza e la salita del Grillo che ci ricordano il Marchese passato alla storia per i suoi scherzi al popolo affamato. La scena delle pigne lanciate al popolo che chiedeva frutta  tra l’altro sembra essersi verificata e anche se il perfido marchese storicamente era genovese e antisemita a noi piace ricordarlo con i tratti e la voce romana del grande Alberto Sordi.

 

 
I Colori non esistono! PDF Stampa E-mail
menostress-Journal - Tech... hi Tech
lunedì 18 agosto 2008

di Roberta Caterino

SpettroVisibile.jpg

Chi di noi non si è trovato coinvolto in discussioni interminabili con fidanzati/e , genitori o amici su quale fosse esattamente il colore di un capo d’abbigliamento? Chi non hai mai avuto una camicia carta da zucchero, un pantalone avana (“avano” per i pugliesi!!!) una sciarpa vinaccia, un cappellino petrolio o un foulard indaco? Nel descrivere gli oggetti, ci viene spesso spontaneo fornire al nostro interlocutore indicazioni sulle caratteristiche dell’oggetto come la forma, la temperatura, la consistenza e…dire di che colore è!
Ma attenzione: il colore non è una caratteristica fisica! Il colore è la sensazione elaborata dal cervello quando i nostri occhi percepiscono fotoni di una certa lunghezza d’onda.
Mi spiego meglio: la luce bianca, come quella del sole per capirci, contiene in sè le lunghezze d’onda di tutti i colori che conosciamo (lo spettro del visibile).
I fotoni possono arrivare ai nostri occhi direttamente dalla sorgente oppure essere riflessi o trasmessi da un corpo. In ogni caso, una volta arrivati ai nostri occhi vengono rilevati dai fantastici fotorecettori presenti nella nostra retina: i coni e i bastoncelli. Dopo aver assorbito un fotone, con la sua lunghezza d’onda caratteristica, il fotorecettore trasmette uno specifico segnale elettrico al nostro cervello che elabora la sensazione del colore .
Dunque i colori esistono solo nel nostro cervello, ma non è finita qui: la Commision International de l’Eclairage ha classificato tutti i colori in modo da renderli standardizzati e riproducibili, ma i criteri su cui si basa questa classificazione sono tali solo perché la maggior parte degli esseri umani percepisce i colori in un certo modo. Un uomo su 20 e una donna su 100, infatti, hanno grosse differenziazioni nella percezione dl colore (ad esempio il daltonismo). Anche gli animali vedono i colori in maniera diversa da noi, spesso in bianco e nero e alcuni insetti addirittura nell’ultravioletto.
Per concludere, la riflessione più suggestiva: se la sensazione del colore è dovuta all’interazione della luce con i nostri occhi ( e con il nostro cervello) non è corretto pensare che di notte non vediamo i colori, di notte i colori non esistono.

 

 
Largo di torre Argentina PDF Stampa E-mail
menostress-Journal - Ro... come Roma
lunedì 18 agosto 2008

di Roberta Caterino

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Largo alla Torre nascosta
Il giretto di oggi parte da un posto di solito considerato di passaggio. Un posto in cui si aspetta l’autobus, al limite ci si va per fare un giro alla Feltrinelli o perché c’è il capolinea del tram. Quasi nessuno presta attenzione al contorno quando passa da “Largo di Torre Argentina” (che i romani chiamano semplicemente “Largo Argentina”) perché è pieno di traffico, di caos e perché quella zona archeologica sembra “niente di che” visto che siamo non lontani dai fori imperiali e dai mercati traianei. Partiamo dal nome: dove sarà questa Torre Argentina? Se ci si guarda intorno in effetti una torretta si trova, e per chi si accontenta della prima spiegazione il giro non inizia, tutto torna già da ora.  La vera torre, una maestosa torre Medioevale si trova invece nel cortile di un palazzo a Via del Sudario 44, lungo il fianco desto del Teatro Argentina. Nell’Ottocento è stata mozzata e ora le case circostanti ne inglobano completamente il corpo. Negli anni del suo splendore, svettava alta tra le costruzioni ornata da lettere d’oro che ne indicavano il nome: argentina. La scritta sulla cima della torre fu apposta da Johannes Burkardt (il Buccardo) cerimoniere di ben cinque papi veniva da Strasburgo, Argentoratum in latino, ed amava firmarsi l’argentinus.
  Ma se la “vera” Torre, quella maestosa che ha dato il nome alla piazza e successivamente al Teatro è custodita in un cortile privato allora cos’è quella torre dall’aspetto medioevale che inganna i meno curiosi? Quella è la Torre del Papito, originariamente situata a via dell'Olmo, che non è una strada di Centocelle (n.d.R centocelle è un noto quartiere romano le cui strade sono intitolate ad alberi arbusti e fiori) ma una delle vie di un quartiere demolito nei primi anni del novecento per uno “strambo” progetto urbanistico, ma questa è un’altra storia e ne parleremo più avanti. Demolito il quartiere la nostra torre resta isolata nel mezzo del largo con l'annesso edificio neomedievale e anche agli occhi dei profani è evidente che qualcosa non quadra: siamo semplicemente di fronte ad uno dei molti esempi di “riciclaggio artistico”,  durante la demolizione del quartiere circostante si è pensato bene di recuperare delle colonne preesistenti e integrarle nell’edificio rimasto intatto!
Per alcuni il termine "del Papito" sembra risalga ad uno dei proprietari della torre, Anacleto II Pierleoni (1130-8), fiero antipapa al tempo di Innocenzo II, il quale, a causa della sua ridotta statura, veniva chiamato "papetto" o "papito", ma il termine, più verosimilmente, sembra dover risalire alla storpiatura del cognome Papareschi, anch'essi proprietari della torre.
Svelato il mistero delle due torri e del nome della piazza,

L’Area Sacra che ha commosso il duce

torreargentina2.jpgSvelato il mistero sul nome della torre e della piazza è arrivato il momento dell’area archeologica, famosa per i gatti che lì come in tanti alti luoghi storici della capitale sembrano posare vanitosi per foto suggestive tra le rovine. Il sito archeologico fu scoperto in era moderna. Prima del 1926 infatti vi sorgeva una piccola rocca urbana, un quartiere medievale costituito di case accatastate a ridosso di una piccola Chiesa. Anche la torre della puntata precedente faceva parte di questo isolato ma venne risparmiata dal piccone che polverizzò il resto del borgo medioevale. L’area dell’attuale Largo Argentina, a due passi da Piazza Venezia, sembrava perfetta per divenire una zona residenziale nonché centro direzionale fascista e gli scavi senza scrupoli del regime procedevano a gran ritmo quando emersero ben quattro templi di era repubblicana. Una vera e propria “area sacra” tanto impressionante da convincere Mussolini che sarebbe stato un vero peccato ingabbiare quei resti nell’interrato di un sontuoso edificio: i progetti iniziali vennero abbandonati e gli scavi terminati in tempi record.
  Ci vuole una bella dose di fantasia per immaginare cosa ci fosse al posto delle rovine di pietra visibili oggi: quattro templi, con altari esterni e scalinate monumentali, perfino una latrina pubblica dotata di sedili in fila e di un piccolo sistema fognario. Il luogo più suggestivo di tutta l’area è però il più difficile da notare perché ciò che resta della Curia di Pompeo non è molto di più che un grosso blocco di tufo. E’ il luogo in cui un mattina, alle idi di Marzo del 44 avanti Cristo venne ucciso Giulio Cesare. 23 colpi di pugnale lasciarono Giulio Cesare esanime in un lago di sangue e l’infamia dei congiurati non fu solo il tradimento ma anche quella di  lasciarlo morire come una vittima sacrificale sul proscenio della Curia di Pompeo, il suo maggiore avversario politico. La grandezza di Cesare non fu però oscurata dall’umiliazione che subì, in fondo morì tra gli dèi, in un area consacrata ad essi. La leggenda vuole che il suo spirito li raggiunse poco dopo mentre il suo corpo bruciava al Foro e  la Curia di Pompeo veniva murata in segno permanente di lutto ed infamia.

 
In barca a vela verso il nuovo millennio PDF Stampa E-mail
menostress-Journal - Ro... come Roma
lunedì 18 agosto 2008

di Roberta Caterino

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Il viaggio di oggi ci porta in uno spazio e un tempo distanti anni luci dalle storiche rovine della Roma antica. Prendendo un autobus affollato o un pittoresco tram dalla stazione Termini si può percorre la Casilina verso quella che 50 anni fa era campagna e ora è parte della Roma che si allarga concentricamente fino al mare. Scendiamo alla fermata “Tor Tre Teste” e ci addentriamo un po’ nella borgata. Qualcuno potrebbe stupirsi che in una metropoli come Roma ad un certo punto si apra un parco tanto grande ma le ville sparse in città hanno abituato i romani ad avere le loro oasi verdi. In realtà il vero stupore arriva poco dopo quando lo sguardo è letteralmente investito da un’onda luminosa, accecante se la giornata è assolata. Una struttura imponente si erge tra il parco e i palazzi, ha un aspetto maestoso ed è…incredibilmente bianca!
Si tratta della chiesa intitolata a “Dio Padre Misericordioso”, conosciuta anche come “Chiesa delle Vele” o “Chiesa del 2000”, voluta da Papa Giovanni Paolo II in ricordo del Giubileo del 2000 e progettata dall’architetto americano Richard Meier. L’aspetto tecnologico e strutturale della Chiesa è sorprendente, tanto per iniziare le tre “vele” di cemento sono autoportanti ed è stato possibile costruirle solo grazie ad una gru alta 38 metri realizzata per l’occasione. Per ottenere il “bianco che più bianco non si può” desiderato da Meier, la Italcementi ha brevettato “il cemento autopulente”, tecnicamente TXMillenium, un materiale in grado di eliminare i depositi organici grazie ad un processo di ossido-riduzione attivato dalla luce del sole, ma questa è un’altra storia e merita un articolo tutto per sé!
Meier ha pensato proprio a tutto, le tre vele simboleggiano la Trinità e la più grande si stende sulla Navata come l’ala protettrice di Dio sulla comunità Cristiana. Entrando ci si sente…più vicini al cielo, grazie al fatto che gran parte della struttura è coperta di vetri. Il sole non entra mai direttamente in Chiesa, tranne in un particolare momento del pomeriggio, quando, un raggio di sole filtra attraverso una piccola finestra dietro al presbiterio ed illumina il crocifisso (quest’immagine mi ha suggerito di cosa parleremo il prossimo mese!). La navata centrale riprende la forma di una Barca, un simbolo usato spesso nella Bibbia come metafora della Chiesa guidata da Pietro verso la Salvezza, qui ripreso dall’architetto con un’ulteriore sfumatura di significato: la parrocchia guidata dal Papa è la barca che guida la comunità cristiana verso Dio attraverso i mari del III Millennio. L’altare può sembrare “fuori posto” perchè violando le regole classiche si trova ad Occidente invece che ad Oriente dove nasce il sole, ma non è un caso: se la facciata della Chiesa è la prua della nostra barca, l’altare non può che trovarsi “a poppa” dove c’è il motore! Un’ultimo tocco di stile sono le 5 campane, provenienti da Agnone, ognuna dedicata ad uno dei continenti, intitolata ad un santo e riportante una data significativa per la parrocchia. Quest’opera mi ha sorpreso piacevolmente su diversi piani: oltre ad incontrare il mio gusto estetico, è uno stimolante esempio di tecnologia al servizio dell’arte e di abilità nell’utilizzare gli elementi architettonici in un modo quasi poetico, investendoli di un ruolo narrativo e non solo decorativo. Chi passasse a Roma con un po’ di tranquillità e volesse visitare la chiesa sappia che incluso nel viaggio c’è un caffè a casa mia, poco lontano da lì.

 

 
La poesia quotidiana di Franco Angeli PDF Stampa E-mail
menostress-Journal - Arte da scoprire
lunedì 18 agosto 2008

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In piena campagna elettorale, a un passo dalle  elezioni e sotto il continuo bombardamento mediatico, fatto di vecchi slogan, nuovi simboli e  improbabili promesse, trovare spazio per parlare di arte risulta difficile, se non proprio impossibile.
Ecco quindi spuntare l’idea Franco Angeli, artista silenzioso e spericolato, genio e sregolatezza dei “favolosi” anni ’60, esponente di spicco di quella scena Pop romana conosciuta come Scuola di Piazza del Popolo.Angeli nasce a Roma nel 1935 da famiglia di umili origini e solida tradizione socialista e antifascista. Nella sua opera Angeli depreda ironicamente il repertorio degli emblemi ideologici del Novecento, con uno sguardo privilegiato sulla realtà romana.I suoi quadri hanno come soggetto una vasta simbologia che parte dalla lupa capitolina, passa per la svastica e la falce e martello, e giunge sino all’aquila reale statunitense. Opere che fanno parte di un mondo malinconico e rivoluzionario, privato e pubblico, fatto di pessimismo interiore e di speranza per l’uomo che vive di quello che ha dietro, di quello che ha sotto la sua pelle. Proprio di pelle si può parlare per definire la qualità di superficie viva e sensibilissima dei suoi lavori, pelle velata dal nylon delle calze delle sue donne. Velature che spesso assumono, a seconda del simbolo proposto, un carattere propagandistico o accusatorio. Si potrebbe addirittura ipotizzare una divisione tra simbologia positiva e negativa. Lontano dal voler strumentalizzare politicamente tali simboli, Angeli, tuttavia, li carica di un’estrema emotività nota soprattutto ai giovani della sua generazione, quelli nati durante la seconda grande guerra.Una pittura tutt’uno con l’autore, scriveva Goffredo Parise, che ne parlava come del “prodotto misterioso e perfetto di queste quattro parole: bellezza, grazia, popolare, romana”.
 
Decidere di non essere infelici... doverosamente! PDF Stampa E-mail
menostress-Journal - Cultura e Società
lunedì 18 agosto 2008

di Lorenzo Celli


Un vero e proprio obbligo formativo a qualsiasi età come scopo della vita! Attrezzarsi mentalmente verso una prospettiva dove campeggia un elemento di enorme disturbo come la parola “dovere” già implica una superficiale interpretazione che allarga il significato di ciò che sembra ovvio.

Si arriva così ad una preoccupante confusione. Tanto da non essere capaci di assaporare una concezione arricchita della gioia di vivere. La felicità non si sistema comodamente nell’imitazione delle mode di un mondo malato, ma si pregusta attraverso messaggi della propria interiorità. Possiamo decidere di non essere infelici! Sempre che ognuno registri ed elabori quanto necessario per ottenere una personalità serena e sicura.
Si può essere felici con i propri limiti senza paure immotivate, gelosie, invidie, finzioni, ambizioni ed esigere molto da se stessi e poco dagli altri! Semplici abitudini di vita che diventano benessere, a costo praticamente nullo.

La felicità si vive di fronte alla bellezza, alla verità, all’amore, ad un tramonto o ad un cielo stellato! Se invece la nostra capacità di sognare si è smarrita… si rischia una inquieta disavventura.

Le scelte che siamo abituati a chiamare “problemi” ci condizionano nella vita di relazione e per qualche ora di santa solitudine con il gusto della semplicità. In tal modo i tempi della vita sono frutto di atteggiamenti mentali che bloccano il nostro potenziale, contro il quale solo noi abbiamo eretto barriere! Non si possono cambiare i comportamenti se la mente rimane come il più potente strumento non affidabile nella percezione.

Ci manca l’applicazione seria per prendere atto che persone e avvenimenti della nostra vita… ”congiurano” per il nostro bene!

F. Canale – 19 anni – focomelico: “Molti non sono felici perché conoscono poco il D N A della propria anima!”

 
Offlaga Disco Pax - Bachelite PDF Stampa E-mail
menostress-Journal - Musica non da tutti...
lunedì 18 agosto 2008

di Antonio Menichella

Offlaga Disco Pax - Bachelite
(Santeria - Audioglobe 2008)

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L’ultima volta che ho cercato di spiegare, ad una persona a me cara, che la felicità va ricercata nelle piccole cose, nei gesti semplici e nelle situazioni più comuni, ho quasi rischiato la pelle (giuro!).
La mia prima misura di sicurezza fu quella di cancellare dal mio lettore mp3 l’album d’esordio degli Offlaga Disco Pax, Socialismo Tascabile. I testi di Tono metallico standard, Khmer rossa e de Fonseca, risuonavano in me come indelebili didascalie di immagini ormai in dissolvenza. Tale situazione ha fatto si che mi estremizzassi ancor più su ascolti squisitamente strumentali ed avanguardistici. Ma anche quelli (alla lunga) stancano. Così, dopo aver assimilato lo shock ed elaborato l’accaduto, ecco giungere in mio soccorso Bachelite, che, con i suoi “regoli” in copertina, riesce a far quadrare… i rettangoli! Tutto ciò che avevo più amato nel loro primo lavoro viene qui elevato all’ennesima potenza. La passione per un’elettronica minimale, gli arrangiamenti pseudoartigianali, l’estetica socialista di stampo sovietico, i racconti didascalici di una vita vissuta nelle periferie di provincia, fanno di Bachelite il più logico seguito di Socialismo Tascabile.
A prescindere dai numerosi giudizi dati dai soliti “addetti ai lavori”, che parlano di evoluzione stilistica e differenze strutturali
tra le due prime opere degli Offlaga, e le stroncature dei pochissimi detrattori, che etichettano l’opera come l’ennesima
trovata intellettualoide di nostalgici comunisti – borghesi – radical chic, continuo a pensare a Bachelite come al secondo
capitolo di una storia iniziata con Socialismo.
I testi, ancora una volta, descrivono fatti e personaggi, come l’antipatica Carlotta di Superchiome. Ventrale racconta le
imprese e le vittorie (da III Internazionale) del saltatore sovietico sovietico, i racconti didascalici di una vita vissuta nelle periferie di provincia, fanno di Bachelite il Vladimir Yaschenko, che nel  1978 saltò 2 metri e 35 centimetri (l’altezza di un cabina telefonica!).
Meritano attenzione i complimenti (di parte) all’atleta cubano, il “compagno Sotomayor”, e gli ironici saluti a Lech Walesa. Dove ho messo la Golf? è la solita storia di macchine, vigilesse e poliziotti che arriva a trattare Lula e le presidenziali brasiliane. È poi il turno di Sensibile, in cui ci si catapulta negli irrisolti Anni di Piombo. La strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Sensibile è la definizione che Francesca Mambro, in sede di processo, dà del suo compagno Valerio “Giusva” Fioravanti (leader, insieme alla Mambro, degli estremisti neri dei N.A.R., accusati dell’orrenda strage in cui morirono più di ottanta
persone!). Per Max Collini e soci (e anche per il sottoscritto) definire “sensibile” Fioravanti è qualcosa di improponibile.
Lungimiranza è la disillusa speranza di un anonimo fonico di sfondare nel mondo della musica, il tutto inserito in un
personalissimo contesto sociopolitico fatto di sezioni di partito, federazioni giovanili e circoli Arci. Cioccolato IACP (dove IACP
sta per “Istituto Autonomo Case Popolari”) svela forse il segreto legato, già dal precedente album nel brano Robespierre, al mitico “Toblerone”. Si va dal ricordo di una giovanissima prostituta morta di overdose, al Toblerone in cambio di fugaci rapporti sessuali, dal campetto di periferia come insolito teatro per lo spaccio, all’attuale mercato della prostituzione, monopolizzato da avvenenti nigeriane dai capelli stirati e senza titolo di studio. Fermo e Onomastica, impostate su improbabili lotte per l’autodeterminazione del chirocefalo sui monti sibillini e storie simili, si fanno notare soprattutto per il notevole lavoro dei synth, del basso pulsante, della batteria veloce, delle svisate elettroniche e, ancor più, per le incursioni del sax di Andy dei Bluvertigo. L’album termina con Venti minuti, brano in cui gli emozionanti ricordi di un padre, di un commilitone
che vede nel figlio la figura dell’amico defunto, propongono un lato umano sinora sconosciuto al gruppo emiliano.
Che dire di più? Che forse non sono l’unico a pensare che la felicità è nelle piccole cose, nei gesti semplici e nelle situazioni
più comuni. E se non tutti sono d’accordo… pazienza, me ne farò una ragione!

http://www.offlagadiscopax.it

 

 
Quando un'immagine diventa un'icona PDF Stampa E-mail
menostress-Journal - Arte da scoprire
lunedì 18 agosto 2008
di Antonio Menichella
Docente (molto precario) di Disegno e Storia dell’Arte  
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Con Venere e Mercurio non più opposti, Saturno nel segno e la Luna che continua il suo altalenante influsso, dovrei sentirmi meglio. Invece la mia vena polemica continua a prendere il sopravvento e come sempre, quando ciò accade, non faccio altro che torturarmi la mente con frasi ad effetto. Al momento quella che va per la maggiore è: “L’estetica del lavoro è lo spettacolo della merce umana”, del sindacalista, rivoluzionario anarchico spagnolo Buenaventura Durruti.L’ermetica affermazione racchiude in sé il complesso concetto della mercificazione dell’umanità a favore del profitto e della produzione industriale (ThyssenKrupp docet). Così mi chiedo se ha ancora un senso oggi parlare di Primo Maggio, di festa del lavoro e dei lavoratori, o se non sia più logico archiviare questa usanza come l’ennesima rimpatriata tra nostalgici bolscevichi in salsa sindacale.Beh… io mi rifiuto! Non fosse altro per non gettare alle ortiche anni di lotte, di conquiste e di riscatto della classe proletaria. Ora è inutile stare qui a ribadire l’arroganza dell’intera classe politica italiana, che da anni continua ad indorarci pillole amarissime in materia “lavoro”. Sicuramente però in un’occasione come questa, da attento osservatore nonché appassionato d’arte, non posso non ricordare il ruolo assunto da un’opera, un’immagine, divenuta negli anni vera e propria icona delle lotte sindacali e del movimento operaio: Il Quarto Stato, di Giuseppe Pelizza da Volpedo.Manifesto senza parole, l’opera dell’artista piemontese tratta la figura di una massa di lavoratori in sciopero, che abbandona i brumosi paesaggi rurali ed avanza compatto verso il sole (dell’avvenire, si intende). Permangono e si rafforzano, nell’opera, le suggestioni simboliste, anche se la composizione assume un carattere più universale e il modellato delle figure appare più oggettivo. Il numero di personaggi, man mano che si passa dal primo al secondo piano, diminuisce e sembra quasi perdere dinamismo, ma la scena assume maggiore monumentalità e si assolutizza rendendo più lampante l’azione della classe operaia. La tecnica divisionista e la linea ondulata dominante nella composizione, sono per Pelizza la sigla della "modernità" attraverso cui esprimere la volontà di realizzare un’opera vera e moderna, popolare ma colta, sintesi di cultura classica e linguaggio e contenuti attuali. I lavoratori di Pelizza sono rappresentati come una classe organizzata, pacifica ma risoluta: è la nascita del Quarto Stato. L’opera si richiama, sin dal titolo, alla Rivoluzione Francese, quando il Terzo Stato (il ceto borghese) aveva rovesciato i privilegi dell’aristocrazia e dell’alto clero. Definire la classe dei lavoratori “Quarto Stato”, significa prendere coscienza della nascita di una nuova realtà.La diffusione e la fama del Quarto Stato viene dalla stampa socialista, ma anche riformista e più avanzata, per i suoi contenuti "non aneddotici". La vitalità dell’immagine si manifesta sin da subito attraverso le innumerevoli riproduzioni fotografiche che eliminano gli aspetti tecnici più riferibili al procedimento pittorico e contribuiscono all’enorme popolarità dell’opera già nei primi decenni del Novecento. Ad ogni riproduzione, infatti,  i suoi contenuti si riattualizzano con sfumature più o meno rivoluzionarie, a seconda del contesto socialista in cui vengono utilizzati, mentre viene progressivamente dimenticato il carattere divisionista in cui sono stati prodotti. Il Quarto Stato da immagine pittorica diviene così un vero e proprio manifesto politico, la più grande icona che il proletariato italiano possa vantare. L’opera, tuttavia, non ha un preciso indirizzo politico, ma propone una grave riflessione di carattere sociale e umanitario.Con il passare degli anni il Quarto Stato, un po’ come Guernica di Picasso, raggiunge lo status di “simbolo”, e come tale viene continuamente rivisitato e riadattato nei vari campi dell’arte. Celebre è la rivisitazione effettuata, nel 1985, dallo scultore Mario Ceroli, intitolata Quinto Stato (ebbene sì). L’opera ripropone una visione tridimensionale dell’originale rappresentazione pittorica. Ceroli ritaglia, in tavole di legno di pino, le riconoscibili sagome degli operai di Pelizza, confermando, se ve ne fosse ancora la necessità, l’estrema attualità del messaggio.Da poche settimane, inoltre, è in tutte le sale il nuovo film di Paolo Virzì, “Tutta la vita davanti”. Pellicola intrisa di amara comicità (o, se volete, di comica amarezza) che pone l’accento sull’infernale e surreale mondo del precariato (Sesto Stato?). Mah… sta di fatto che tra una laurea con lode ed il desk di un call center passa sempre meno strada. E Pelizza in tutto ciò? Beh… lui, ancora una volta, c’ha visto giusto. Basta guardare la locandina del film. Buon LAVORO a tutti! 
 
Nosound – Lightdark PDF Stampa E-mail
menostress-Journal - Musica non da tutti...
lunedì 18 agosto 2008

di Antonio Menichella

Nosound – Lightdark (Burning Shed, 2008)

Nosound_lightdark.png 

ATTENZIONE!!! Quella che vi apprestate a leggere è tutto, tranne una recensione musicale. Ebbene sì, meglio essere sinceri sin dall’inizio. Prendetela come una “raccomandazione”, una coatta imposizione, come l’ennesimo delirio di uno pseudomelomane in cerca di consensi o un semplice flashback emotivo-musicale. Insomma, fate come volete ma non vi limitate a scorgere tra le righe successive un banale consiglio all’ascolto. Davvero, ne rimarrei decisamente deluso (?!).

 Dunque, andiamo con ordine. Tutto ebbe inizio nel lontano inverno del 2002 quando, seduto davanti allo schermo del computer, mi affannavo nella spasmodica ricerca di nuove proposte e vecchie conferme musicali. A farmi compagnia: il mio pessimo inglese, la mia scarsa attitudine alla tecnologia e, in sottofondo, i soliti Porcupine Tree di Steven Wilson. Assuefatto dai continui rimandi virtuali della rete, non ricordo nemmeno come, mi arenai, quasi privo di sensi, tra le pagine del sito della Burning Shed, etichetta di una elite di musicisti underground. Tra le tante proposte, vi era la possibilità di ordinare alcune rarità della produzione dei Porcupine. Non potendomi lasciar sfuggire una simile occasione, sfidando l’inglese e la tecnologia, scrissi una mail (in italiano, naturalmente) alla Burning Shed. La loro risposta (in inglese, of course) non tardò ad arrivare: “Per maggiori informazioni la faremo contattare dal nostro amico Giancarlo Erra”. E così fu.Giancarlo Erra, curatore del sito italiano dei P.T. nonché chitarrista dei Redshift (cover band romana dei “porcospini”), dotato di insolito altruismo italico e di tipica freddezza anglosassone, mi scrisse illustrandomi le procedure necessarie per effettuare ordini. Inutile dirvi che non ho mai effettuato nessun ordine alla Burning Shed, e che da quella prima ed ultima mail persi di vista Giancarlo e le sue attività. Ora me lo ritrovo, titolare del nuovo progetto “Nosound”, alle prese con una recentissima uscita: “Lightdark”, geniale seguito dell’esordio “Sol29”.Beneficamente influenzato da Pink Floyd, Porcupine Tree, No-Man, Brian Eno, King Crimson, Genesis, Sigur Ros e Bark Psychosis, Erra sforna un gioiellino in bilico tra psichedelia minimale, ambient e progressive rock dilatato (e non solo!).Aprono l’album i suoni liquidi e rarefatti di “Butterflies And Children”, a cui fanno seguito le atmosfere floydiane di “Places Remained”, in cui la voce “effettata” di Erra rievoca il primo Steven Wilson. “The Misplay”, eterea e poetica, non sfigurerebbe affatto tra le migliori produzioni di Sylvian, con i favolosi inserti pianistici e le melodiche linee segnate dal violoncello di Marianne de Chastelaine. L’apice progressive (nel senso buono) dell’album viene raggiunto con la quarta traccia, “From Silence And Noise”, una sorta di suite in chiave moderna, divisa tra dilatazioni e progressioni strumentali che lambiscono territori prossimi anche ad un inusuale post-rock. Viene poi il turno di “Someone Starts To Fade Away”, con Tim Bowness (comprimario di Wilson nei No-Man) alla voce, il che fa sì che il brano non necessiti di ulteriori spiegazioni: è arte allo stato puro. “Kites”, altro brano di spessore, è una sorta di manifesto programmatico della produzione di Erra, del suo modo di concepire la musica. A chiudere l’album la titletrack “Lightdark”, eccelso esempio ambient, che congeda l’ascoltatore con una placida tempesta emotiva e sensoriale, con tanto di pioggia come sottofondo.Nel complesso emerge l’ottima cura per i suoni e gli arrangiamenti, con particolare attenzione per le chitarre liquide, le tastiere e gli inserti elettronici. Ottimo per chi ama suoni sognanti che evocano immagini.Ma ripeto questa non è né una recensione né un consiglio all’ascolto, ma la semplice constatazione dei fatti. Poi dipende da voi. 
www.nosound.net
www.myspace.com/nosoundnet 

 

 
Lettere da Islamabad: A scuola per morire PDF Stampa E-mail
menostress-Journal - Corrispondenze dall'estero
lunedì 18 agosto 2008

di Pietro Tilli

 


Islamabad, fine settembre 2005
. E quasi un mese che sono arrivato in Pakistan, dove lavorero’ come addetto alla sicurezza dell’Ambasciata d’Italia e ho appena finito di vedere una bella casa che probabilmente prendero’ in affitto. Siamo in una delle zone piu’ belle di Islamabad, adiacente alle colline – le Margallas, tantissimo verde, case “VIP” un po’ ovunque e, in generale, una piacevole sensazione di tranquillita’. Quando usciamo noto per la strada moltissimi ragazzi, di tutte le eta’, vestiti con i tipici “shawal camis” (tipico abito pakistano costituito da pantaloni molto larghi e da una camiciona lunga quasi sino alle ginocchia), vengono dalla boscaglia che ricopre le Margallas e vanno a giocare nel parco in fondo alla strada. Parlando con il padrone di casa, mi dice che sono studenti coranici e che in mezzo alla boscaglia c’e’ una “madrassa”  (scuola in cui si insegna, appunto,esclusivamente il Corano) abbastanza grande, la Jamia Faridia.Mi rassicura dicendomi che sono del tutto “innocui” e che, dopo gli attentati di Londra del luglio 2005, molti pericolosi studenti-militanti stranieri sono stati espulsi. Gli sguardi, in effetti, non sono aggressivi e decido quindi di affittare la casa.

Islamabad, inizio luglio 2007. Sono ormai mesi che alcuni sudenti coranici della Moschea Lal Mashid, meglio nota come Moschea Rossa, compiono azioni dimostrative in nome di una auspicabile “talebanizzazione” di Islamabad, da estendere successivamente a tutto il Pakistan. Le madrasse collegate alla Moschea sono la Jamia Hafsa (adiacente alla Moschea stessa) e la Jamia Faridia. Proprio cosi’!!! La madrassa vicina a casa mia!!! Una tarda mattina esco di casa e, mentre sono in auto, incontro centinaia di questi studenti religiosi.Quasi tutti hanno in mano bastoni di legno, camminano spediti verso la Moschea Rossa (sapro’ dopo), stavolta gli sguardi sono aggressivi… La questione “lal Mashid” e’ ormai entrata nella sua fase cruciale, gli studenti armati di fucili (introdotti illegalmente) e sotto la guida di due Mullah fratelli, si sono asserragliati all’interno della Moschea. Affermano di voler resistere sino alla morte ma molti di loro si arrendono all’esercito pakistano. Non tutti pero’.Scoppiano i combattimenti tra le forze speciali e studenti bene addestrati (nonche’ presunti talebani uzbeki e afgani, ma non erano stati espulsi?) e ad Islamabad si respira un’aria “surreale”: da una parte il quartiere in cui c’e’ la Moschea completamente “sigillato” e soggetto a coprifuoco. Dall’altra il resto della citta’ che si “sforza” di continuare una vita normale. La sera, mentre torno a casa, le strade sono deserte. Mi siedo in terrazza con la mia ragazza ,una lieve brezza porta sino a noi l’eco degli esplosivi e dei kalashnikov, restiamo in silenzio.Poi ci chiediamo, un po’ “qualunquisticamente”: “c’e’ ancora una speranza per questo mondo?”

 

P.S. il bilancio ufficiale degli scontri alla Moschea Rossa e’ di 106 morti, tra esercito e militanti. Una vasta parte dell’opinione pubblica ritiene invece che il bilancio sia decisamente superiore, ovvero circa ottocento morti, i cui corpi sembra siano stati fatti sparire dall’esercito durante le successive operazioni di sgombero, alle quali non erano stati ammessi i mass-media.

 
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