di Pietro Tilli
Cosi’, anni dopo quelle storie in cui immaginavo
la vita di strada piena di colori, musica, “big mamas” (le tipiche “donnone” africane) decido di andare a trovare uno dei miei “compari” storici, Paul, ingegnere francese che vive appunto a Dakar. Glielo devo, dopo che, partendo direttamente dal Senegal, era venuto al mio matrimonio a Biccari! Anche l’itinerario e’ interessante: Islamabad-Dubai, Dubai-Casablanca, dove ci fermiamo un giorno intero e, finalmente, Casablanca-Dakar. E’ maggio e a Casablanca c’e’ una temperatura piacevole. Il Marocco e’ un’altra terra che ha esportato molti “vu cumpra’” ma che, negli ultimi anni ha conosciuto una fase di nuova e relativa prosperita’. Visitiamo la grande Moschea sul mare, poi un gelato sulla Promenade, tutto abbastanza ben curato, con molti cantieri aperti che dimostrano il grande fermento (nonostante la “ormai celeberrima” recessione) attorno ai Paesi del Maghreb. Arriviamo a Dakar verso mezzanotte e subito veniamo circondati da un nugolo di “nuovi amici” che tentano di venderti qualsiasi cosa, a tutti i costi...Sono molto insistenti ma dopo diversi “no merci” si allontanano, Paul ci dice che dovremo farci l’abitudine e, in effetti, con un po’ di “metodo” non e’ difficile gestirli.
Visitiamo dapprima il controverso “African Renaissance Monument”, piu alto della statua della Liberta’, che celebra la liberazione africana dall’oppressione delle potenze coloniali europee ma che, i critici osservano, e’ stato costruito dai nordcoreani stalinisti (quindi poco ha di africano...). Poi “gironzoliamo” godendoci la frenetica vita di strada e l’esplosione di colori dei bazar, dove puntualmente ci fermiamo per un po’ di “local shopping”. Ed e’ qui che la scena si ripete, in una specie di surreale flashback: mentre passeggio per il mercato e dopo avermi immediatamente riconosciuto come italiano un paio di venditori mi fermano dicendomi: “ciao amico, vu’ cumpra’”? Non posso non ridere con loro, che continuano a parlarmi in un buon italiano e, ovviamente, finisco per comprare un sacco di oggetti. Ma fa parte del gioco. Passiamo alcune ore nel mercato, io mi siedo, bevo un caffe’, chiacchiero con diversi senegalesi che hanno vissuto in Italia ed il comune denominatore e’ sempre lo stesso, vale a dire la difficile esperienza italiana. Mi parlano di come hanno tentato di costruire qualcosa, lavorando anche venti ore al giorno ma che, di fronte alle mille difficolta’ e vinti dalla nostalgia, sono tornati a casa. La cosa interessante e’ che non si tratta solo di ex-ambulanti ma anche di ristoratori, muratori. Addirittura uno di loro mi chiede se sono calabrese, raccontandomi di come ha dovuto chiudere il suo “bar africano” dopo aver ricevuto minacce da alcuni mafiosetti di quartiere, affiliati alla ‘ndrangheta. Intendiamoci, il fenomeno dell’immigrazione in Italia rimane complesso, cosi’ come non semplice e’ la regolamentazione dei flussi, in modo da garantire il giusto equilibrio tra presenza di immigrati sul territorio e capacita’ di assorbire tale presenza in termini di possibilita’ di lavoro, di una dignitosa sistemazione logistica e, non ultimo, da un punto di vista dell’ordine pubblico. Questo lo sappiamo tutti, cosi’ come ogni persona onesta intellettualmente e’ perfettamente consapevole che il punto di partenza per risolvere il problema sta nella rimozione di quell’ipocrisia politica, equamente distribuita tra i vari schieramenti politici italiani. Generalizzazione voluta questa, che elargisco senza dubbio alcuno. Lasciamo il bazar accompagnati da sorrisi e strette di mano, davvero un bel pomeriggio. Nei giorni successivi continuiamo la nostra esplorazione, raggiungendo in auto la grande foresta dei baobab, un’area semidesertica dove queste grandi piante (non sono alberi) disegnano un panorama del tutto surreale. La sera Paul ci porta in uno dei piu’ famosi locali di Dakar, dove la musica dal vivo la fa da padrona, il “Just 4 you”, mitico palco per artisti del calibro di Youssuf N’Dour o Akon, con un ottima band che conferma la grande tradizione musicale senegalese, dal jazz alla salsa senegalese, derivata dalla collaborazione negli anni 50’ 60’ con artisti cubani, nonche’ un’immensa produzione di musica tradizionale. Ecco, se dovessi definire sinteticamente i senegalesi direi che sono “ritmo e musica 24 ore su 24”!! Dopo qualche giorno finalmente ci decidiamo a visitare uno degli obiettivi principali di questo viaggio: la “Ile de la Goree’”, l’isola, diventata simbolo di uno dei piu’ abominevoli fenomeni di cui l’essere umano si e’ reso protagonista, ovvero la tratta degli schiavi. Una migrazione forzata, bestiale che, in quattro secoli, ha interessato piu’ di dieci milioni di persone, catturate nelle zone interne e costrette a camminare per settimane sino alla costa dove venivano ammassate in anguste costruzioni ed in condizioni igieniche precarie. Da qui iniziava alcune settimane piu’ tardi il viaggio via nave sino alle piantagioni del “Nuovo Mondo”, un viaggio spesso mortale per la sua lunghezza e per le condizioni ancora una volta terribili. Sull’isola c’e’ la famosa “Maison des Esclaves” (Casa degli Schiavi) che si affaccia direttamente sull’oceano. Quando la visitiamo e’ come fare un salto nel passato, ed e’ terribile immaginare la sofferenza che migliaia di persone devono aver provato in quegli spazi angusti, umidi e con poca luce, ai quali ora ci troviamo di fronte. Sensazioni difficili da dimenticare, anche quando ci concediamo una bellissima passeggiata sulla parta alta con i molti pittori che espongono i loro dipinti direttamente in strada o fermandoci ad ammirare la bellezza delle scogliere della parte nord. Piu’ che la nozionistica descrizione di questo terribile fenomeno, complesso anche per le diverse evoluzioni alle quali e’ andato incontro in quattro secoli, a mio avviso e’ particolarmente significativo l’impatto che esso ha avuto sulle societa’ africane interessate. Immaginate se, ad un certo punto la gran parte di una generazione venisse sequestrata, trasportata via, sottratta al suo luogo di origine. Immaginate se cio’ avvenisse vicino a noi, sottraendoci madri, sorelle, padri e fratelli. Potreste essere voi d’accordo con le “illuminate teste di cazzo” (parere personale), le quali sostengono che l’impatto della tratta sulle societa’ dell’Africa Occidentale sia trascurabile poiche’ la percentuale di schiavi sottratti ai loro paesi, pur alto, era in ogni caso largamente inferiore al tasso di crescita di quelle popolazioni. Costoro infatti analizzano il fenomeno esclusivamente dal punto di vista demografico, dimenticandosi dell’impatto emotivo, sociale e culturale che lo schiavismo ebbe sulle popolazioni locali. Che senza schiavismo, i processi di sviluppo economico e sociale si sarebbero originati autoctonomamente, senza l’arricchimento indotto dall’esterno, riservato a pochi, a cui contribuivano le risorse di scambio, proventi del commercio di schiavi.
E me ne rendo conto io stesso quando decido, come solitamente faccio al termine di ogni viaggio, di “scannerizzare” le sensazioni che ne ho ricavato: porto con me un Senegal pieno di musica, con voglia di rinascere, positivo e con molta speranza per il futuro. Ma ho la sensazione che, nonostante siano passati centocinquantanni dall”abolizione della schiavitu’, nella parte piu’ irrazionale del loro inconscio molti senegalesi portino ancora con se’ i segni, ereditati dai loro trisavoli e bisnonni, di uno stupro sociale che nulla ha a che fare con mere dinamiche demografiche. Anche se poi ti sorridono e ti chiedono ironicamente: “Vu cumpra’???”
Vu’ cumpra”? Quante volte sentendo questa frase ci siamo infastiditi, abbiamo sorriso divertiti o, in alcuni casi, abbiamo anche comprato qualcosa? E quante volte, magari scambiando qualche chiacchiera con il venditore ambulante abbiamo sentito parlare dei loro Paesi di provenienza? A me, specialmente negli ultimi anni in cui vivevo a Trieste e’ capitato spesso, soprattutto con il mitico Jimmy, ambulante senegalese che mi parlava in triestino e riusciva sempre a fare buone vendite. E che ogni volta mi raccontava una storia sul Senegal, un vero artista!
Il giorno seguente Dakar ci accoglie con una giornata spettacolare, sole terso e una luce quasi abbagliante. Paul ha una bella casa nel quartiere di “Les Almadies”, che e’ anche esattamente il punto piu’ occidentale del continente africano, dove non ci facciamo scappare l’occasione di mangiare pesce freschissimo in un ristorantino direttamente sulla spiaggia. Non abbiamo un programma preciso per i circa dieci giorni che passeremo in Senegal, cosi’ decidiamo di girare Dakar ed i suoi dintorni in moto.
Perche’ quest’impatto negativo sulla naturale evoluzioni di questi paesi e visibile ancora oggi. Solo ai piu’ attenti e sensibili pero’, che riescono a cogliere il velo di tristezza figlio di un terrore passato e che aleggia quasi impercettibile sulle societa’ africane occidentali. Chiunque ha fatto un esperienza in quei paesi ne e’ consapevole.
(Puoi leggere questo articolo nel numero QUATTORDICI del menostressJournal, scaricabile liberamente da QUI!)
| Succ. > |
|---|