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Piero Manzoni e la sua merda d’artista

di Antonio Menichella

In un’epoca come la nostra, in cui basta prendere parte ad un reality show o partecipare come tronista ad una banale trasmissione televisiva per essere definito artista, è quanto mai necessario ribadire il ruolo e l’importanza che l’Arte (quella con la “A” maiuscola) ha assunto e assume nel processo evolutivo della specie umana.
Ho ritenuto, dunque, opportuno inaugurare questa nuova (e speriamo lunga) rubrica d’Arte partendo proprio dalla ri-definizione della figura di artista e del suo relativo fare arte nella società contemporanea. Provocatoriamente, e non senza un pizzico di ironia, la scelta è ricaduta su Piero Manzoni e sulla sua bizzarra e discussa opera.
Manzoni è in genere convenzionalmente e correttamente classificato nel movimento del Nouveau Réalisme,
ma sono molte le etichette che si potrebbero applicare a questo artista sostanzialmente non etichettabile, che capta ed esprime le istanze di rinnovamento morale e sociale degli anni ’60 nei termini di una contestazione ironica e dissacratoria che ha nel dadaismo la sua ascendenza più prossima.
Personaggio chiave della svolta artistica milanese tra gli anni 1958 e 1963, Piero Manzoni mette in atto una decisiva rottura nei riguardi delle esperienze informali con i suoi Achromes, in termini di azzeramento cromatico e di riduzione del quadro a oggetto. La sua opera, attraverso interventi e lavori fortemente connotati in senso dadaista-concettuale, risulta essere figlia diretta dell’arte dissacrante di Duchamp, anche se l’influenza diretta più produttiva è senza dubbio quella di Yves Klein.
Tra il 1959 ed il 1960 Manzoni compie una decisa sterzata di natura concettuale. Nel 1959 compaiono per la prima vola le Linee, tracciate su rotoli chiusi in contenitori cilindrici, con l’indicazione della lunghezza sempre diversa. Nel 1960 Manzoni espone i Corpi d’Aria, palloncini gonfiati con fiato d’artista e dà vita ad una performance intitolata Consumazione dell’Arte Dinamica, in cui gli spettatori sono invitati a mangiare delle uova bollite, su cui l’artista ha impresso l’impronta del suo pollice, che garantisce l’autenticità dell’oggetto come opera d’arte. Un’operazione concettualmente analoga è quella delle Sculture viventi: l’artista firma sulla pelle delle modelle nude in posa, e le fa diventare sculture. Questa operazione si pone alla base delle nuove concezioni fondanti l’Arte Contemporanea. L’operazione svolta da Manzoni, con le Sculture viventi, è una chiara presa di posizione nella definizione della figura dell’artista nella società contemporanea. Un oggetto qualsiasi, secondo Manzoni, rivisitato o semplicemente firmato dall’artista ne sancisce lo status di opera d’arte. Per farla breve: è arte tutto ciò che l’artista produce o sul quale interviene, da qui la definizione di corpo magico dell’artista.
Il 1961 è l’anno delle famigerate scatolette di Merda d’artista. Manzoni sigilla le proprie feci in 90 barattoli di conserva, ai quali applica un’etichetta con la scritta Merda d’artista in inglese, francese, tedesco e italiano. Sulla parte superiore del barattolo è apposto un numero progressivo da 1 a 90 insieme alla firma dell’artista. Manzoni mise in vendita i barattoli di circa 30 grammi ciascuno ad un prezzo pari all’equivalente in oro del loro peso. La metafora della Merda d’artista allude con ironia all’origine profonda del lavoro dell’artista, o in senso più vasto dell’uomo che creativamente produce. La creazione non mancò di suscitare interesse, sia a causa della radicale rottura con la tradizione artistica del tempo che per l’evidente segnale di degenerazione e decadenza dell’arte moderna.

L’associazione tra analità e opera d’arte (e tra oro e feci) è poi un tema ricorrente della letteratura psicanalitica che Manzoni può avere recepito attraverso la lettura di Jung. La novità di Piero Manzoni è aver collegato queste suggestioni ad una riflessione sul ruolo dell’artista di fronte all’autoreferenzialità dell’opera d’arte.
Attualmente i barattoli sono conservati in diverse collezioni d’arte in tutto il mondo (ad esempio l’esemplare numero 4 è esposto alla Tate Modern di Londra) ed il valore di ciascuno di loro è stimato intorno ai 30.000 €, assai superiore al prezzo che Manzoni aveva stabilito. Qualcuno di loro è esploso a causa della pressione interna del gas e della corrosione delle pareti metalliche del contenitore. A Milano, il 23 maggio 2007 nelle sale della casa d’aste Sotheby’s, un collezionista privato europeo si è aggiudicato l’esemplare numero 18 a 124.000 €: record d’asta mondiale per una delle 90 opere.
In Manzoni c’è indubbiamente minor freddezza nel guardare una società in crisi alla ricerca di nuovi, problematici valori, c’è anzi un senso di impotenza dolorosa e sfiduciata quando dice: “…non si tratta di formare, non si tratta di articolar messaggi (né si può ricorrere a interventi estranei, quali macchinosità parascientifiche, intimismi da psicanalisi, composizioni da grafica, fantasie etnografiche ecc… ogni disciplina ha in sé i suoi elementi di soluzione); non sono forse espressione, fantasismo, astrazione, vuote finzioni? Non c’è nulla da dire: c’è solo da essere, c’è solo da vivere.”

(Puoi leggere questo articolo nel numero UNO del menostressJournal, scaricabile liberamente da QUI !)

Published in menostressJournal

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