BisPensiero – Default

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di Francesco Stampone

Il progetto Bispensiero nasce nell’estate del 2011 con il nome di Chinasky Technoir dalla stretta collaborazione tra Giovanni Casiello (Voce/programming – Malamente), Andrea Fallacara (Basso/voce – Midia), Toto Salvati (Chitarra/voce – The Season of the Witch) e Donato Fiorella (Batteria/programming – Damadelizia). L’attuale formazione dei Bispensiero ricalca gli esordi stessi della giovanissima band che nel lontano 1998 con il nome di Violet esordì nel panorama musicale pugliese con l’EP “Technoir” e due video tratti dai singoli “Learning” e “Technoir”.

Il progetto riprende il concetto orwelliano di “Bispensiero”: il meccanismo psicologico che consente di credere che tutto possa farsi e disfarsi, la volontà e la capacità di sostenere un’idea ed il suo opposto, in modo da non trovarsi mai fuori dal contesto (i più disfattisti lo spiegherebbero con “tenere un piede in due scarpe”! ma non è così…). Chi adopera il bispensiero è convinto della veridicità di qualcosa, ma consapevole della sua falsità (e viceversa).

Il progetto Bispensiero è quindi apertura, coinvolgimento, sperimentazione… ma ora siamo solo all’inizio, o meglio: al “Default”… enjoy the video!

 

Facebook: http://www.facebook.com/bis.pensiero.1

YouTube: http://www.youtube.com/user/Bispensierofm

Mario Cottarelli – Una strana commedia [2011]

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di Antonio Menichella 

Mario Cottarelli
Una strana commedia
2011
Crotalo Edizioni Musicali / New LM Records

Un gradito ritorno quello di Mario Cottarelli – già nostro ospite ai tempi di “Prodigiosa Macchina” – con la sua seconda creatura, “Una strana commedia”.
La lunga gestazione che aveva caratterizzato la sua opera prima sembra aver rivitalizzato la vena creativa dell’artista lombardo che, in poco più di tre anni, bissa dando alle stampe un nuovo album.
Sin dal primo ascolto “Una strana commedia” dà la sensazione di essere un lavoro assai più omogeneo del precedente. I suoni digitali e le composizioni articolate non mancano, ma, diversamente da “Prodigiosa Macchina”, il tutto risulta assai più digeribile. Anche il numero dei brani, qui quasi duplicati, contribuisce ad alleggerire il carico e a favorire l’ascolto.

La title track è la dimostrazione di come Cottarelli sia riuscito, grazie ad una maggiore cura negli arrangiamenti, a rendere più “contemporaneo” il suo secondo prodotto. L’energica ritmicità della traccia facilita i numerosi cambi di scena che non possono non sconfinare in ballate celtico/mediterranee, stacchi corali, per poi giungere al più classico prog sinfonico. Qua e là accenni di prog rock mediterraneo (PFM) e di folk progressivo (Tull su tutti). La voce stentorea e impostata conferisce alle parti cantate una limitata fluidità.
Le onnipresenti tastiere e i synth – veri marchi di fabbrica di Cottarelli – contraddistinguono pesantemente anche “L’occhio del ciclone” che, per assurdo, ha i suoi picchi nei suoni più elettrici e distorti. Buona la sezione ritmica che mi ricorda vagamente alcune cose del Banco. Qui la voce, più naturale e meno “studiata”, si adatta maggiormente alla complessa trama strumentale.
“Corto Circuito” tratteggia a grosse linee la vera natura dell’opera: un prog rock “settantiano” di chiara matrice italica, in cui facilmente vengono convogliati PFM, Banco e Biglietto per l’Inferno. Il brano scorre vivace e ritmato, risultando assai gradevole all’ascolto. L’unico neo è, proprio a volerlo cercare, l’utilizzo della voce: Mario si esprime al meglio (gliene va dato atto) ma non è Francesco Di Giacomo!
“Bianca Scia”, introdotta da pianoforte e suoni digitali, è una traccia molto interessante. I riff matematici, le ritmiche marziali e le progressioni spiraliformi di stampo crimsoniano fanno da ponte ad insoliti scenari gotico-sinfonici, sorretti da quel dolce effetto flauto che tanto piace al sottoscritto. A metà percorso ecco la consueta svolta: un pianoforte preso in affitto dai fratelli Nocenzi di “Darwin!” si fonde alla sezione ritmica de Le Orme di “Felona e Sorona”. Non vi traggano in inganno gli altisonanti (ma inevitabili) riferimenti, Cottarelli adotta soluzioni credibili e personali.
“L’Orgoglio di Arlecchino”, oltre ad essere l’unico strumentale, è anche il brano più articolato e variopinto dell’album. Promette bene sin dalle prime note: un saltarello prog assai curato negli arrangiamenti, dalle tinte pastello come Le Orme di “Florian” (quelle più cameristiche, per intenderci!). Flauto e vibrafono qua e là, ma su tutto un synth che fa rivivere le gloriose jam degli amati seventies. Non è tutto. Mario decide di alzare il tiro e azzera le distanze generazionali sforando coraggiosamente in soluzioni Neo Prog, scelta ben ponderata se si considera il vasto armamentario elettronico in uso al nostro. Non sorprendetevi, quindi, se in più di un’occasione vi capiterà di scorgere echi di Marillion e/o IQ tra le fitte trame sonore. E’ semplicemente l’orgoglio di un Arlecchino che non ha padrone, ma che ha scelto di essere a servizio del prog.

Antonio Menichella


P.S. – L’artwork di questa seconda opera è senza dubbio più interessante. Mario ha ascoltato il mio consiglio, o più semplicemente si è fidato di Elio e le Storie Tese?!
Se i gattini in copertina incrementano le vendite… ben vengano i gattini!Per info e contatti:

 

 

 

Garden Wall – Assurdo [2011]

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di Antonio Menichella

Garden Wall
Assurdo
2011
Lizard Records

Ogni nuova uscita a marchio Lizard Records è un profondo colpo assestato alla superficiale e svogliata “industria discografica” italiana. È grazie alla tenacia e al duro lavoro di etichette come la Lizard se progetti raffinati quali Nichelodeon, Gran Turismo Veloce, Runaway Totem, Sithonia e non ultimo Garden Wall ci regalano delle vere e proprie perle artistiche. Badate bene utilizzo il termine “artistiche” perché definirle semplicisticamente “musicali”, a mio avviso, potrebbe risultare assai riduttivo. Musica, Teatro, Poesia, Arte ma anche tanta, tanta professionalità contraddistingue le pubblicazioni Lizard.

Ma veniamo ai Garden Wall. La band viene fondata sul finire degli anni ottanta da Alessandro Seravalle e, come tutti i progetti ambiziosi, riesce a pubblicare una notevole quantità di materiale pur subendo numerosi cambi di formazione e altrettanti contratti discografici. Negli anni novanta calcano i palcoscenici di mezza Europa, arrivando alla notorietà anche in Uzbekistan. L’intensa attività contribuisce a definire il sound della band che, con l’ingresso del batterista Camillo Colleluori, vira verso sonorità più aggressive, dure e molto sperimentali. Gli anni “zero” vedono i nostri accasarsi con l’ottima Mellow Records di Mauro Moroni – etichetta attivissima in ambito prog – per giungere, dopo tanto peregrinare, nel giugno del 2011, alla Lizard, che pubblica il loro ottavo album: “Assurdo”.
La formazione attuale vede Alessandro Seravalle, voce solista, liriche, chitarre, elettronica, tastiere; Raffaello Indri, chitarre; William Toson, bassi fretted e fretless; Ivan Moni Bidin, batteria; Gianpietro Seravalle, percussioni elettroniche.

“Assurdo” è un lavoro caratterizzato da una notevole contaminazione stilistica in cui elementi ritmico-armonici di matrice rock, jazz, etnica e colta si fondono in strutture complesse anche grazie ad un uso strutturale dell’elettronica, da un lato, e all’impiego di strumenti acustici, solitamente estranei ai canoni classici del rock, dall’altro.
Recensire dischi come questo risulta, pertanto, compito assai arduo, specialmente se si vuol rendere, a parole, un’idea quanto più fedele possibile alla reale proposta musicale. I numerosi riferimenti servono, dunque, per inquadrare, in maniera indicativa e limitata, il raggio d’azione della formazione friulana, senza per questo volerne sminuire la classe e la personalità.
“Iperbole” apre l’album. Ritmi jungle e riff tooliani introducono la declamazione – che personalmente non posso non associare al mitico Stratos – di un testo “malato”. L’ingresso del violino esalta voce e ritmica, e riporta il brano ad una dimensione più classica, rimarcando le atmosfere stile Indukti in “Freder”. A metà brano viene fuori la natura metal della band friulana, che lascia apprezzare una raffinata tecnica nei soli di chitarra e nelle ritmiche accelerate. Ottimi gli inserti elettronici.
“Butterfly Song” è brano dalla struttura assai articolata, dove le incursioni sono molteplici e le definizioni, per quanto possibili, molto labili. Chitarre limpide, violino e un ottimo lavoro alle pelli non lasciano trasparire l’imminente ingresso di electro-soundscapes sinistri e voci filtrate. Accordi nevrotici e inquietanti suoni gutturali (sussurrati!) lambiscono la sperimentazione degli Sleepytime Gorilla Museum in “Ambugaton”. Ma è un continuo shift sonoro quello che riesce a far convivere una raffinata e pulita chitarra jazz, un prog metal urlato ed un violino onirico sull’ennesima declamazione in stile futurista (metà Stratos, metà Pholas Dactylus).
“Trasfiguratofunky” tradisce sin dal titolo la sua natura funky, seppur con immancabili implicazioni metal. Cito i Mr. Bungle – più funk metal e meno circensi – ma è solo una citazione, una lettura troppo banale per la quantità e la qualità dei suoni presenti in questo brano. La voce assume qui un ruolo fondamentale: si parte dagli “ululati” berberi e dalle declamazioni di Stratos per virare repentinamente verso un severo monologo zeuhl (il Vander di “Stoah”) a cui si combinano deliri industrial. Gran lavoro di chitarre e tastiere e superba prova per la sezione ritmica, che si lascia apprezzare sino alla coda sperimentale.
“Negative” è un tuffo nel vuoto guidato da una sublime chitarra. Brano dall’incedere lento che assume strutture dub/trip hop/drum’n’bass. Eterei vocalizzi femminili si alternano ad una suadente, e allo stesso tempo inquietante, voce maschile. La chitarra cesella arpeggi liquidi mentre un basso continuo ammorbidisce le asperità delle incursioni industrial ed elettroniche.
“Just cannot forget” suona come uno sfacciato omaggio all’anima più sperimentale degli Area. Carillon sinistri e disturbati accompagnano la sezione fiati in un free jazz “disturbato”.
“Flash (short-lived neorealism)” racchiude tutta l’assurdità dei Garden Wall. Disquisizioni su quartetti d’archi, cattedrali gotiche, sensi di assuefazione e notizie sul traffico si accavallano dis/ordinatamente. Un urlo squarcia l’atmosfera claustrofobica a favore di soluzioni metal che esplodono nel finale, dopo essersi alternati a svariati passaggi lirici.
“Clamores horrendos ad sidera tollit” è un progressive metal/jazz estremo. Un’apertura ancora all’insegna degli Area, in cui sono in evidenza soprattutto voce, sezione ritmica, elettronica nonché un ipnotico organo vintage. A seguire le percussioni elettroniche sorreggono una chitarra limpida e cristallina prima di dar vita ad una esplosione prog metal che, inavvertitamente, devia verso un più classico jazz rock. Il brano termina con la solita orrorifica voce sussurrata che si fa spazio tra samples e diavolerie elettroniche.
In “Vacuum fluctuation” violino ed elettronica introducono lo schizofrenico canto di Alessandro, scandito dallo straordinario lavoro della sezione ritmica e da chitarre crimson-tooliane. Violino e percussioni kraute divagano verso atmosfere balcaniche e mediorientali, raggiungendo lidi già noti ai Taal. Laddove però i francesi risultano più drammatici, i nostri sfoderano sonorità oblique, dilatate ma pur sempre inquietanti.
“Re-awakening” è uno spettacolo! Apertura melodica sulle note di un flauto (!!!) e degli immancabili arpeggi di chitarra. La voce alterna soluzioni melodiche ad altre decisamente più drammatiche, teatrali. La mente corre al progetto Lunatic Soul di Mariusz Duda. Ma è con l’ingresso delle chitarre metal che il brano prende definitivamente corpo, mostrando i raffinati gusti musicali dei Garden Wall. I matematici riff sono di chiara origine wilsoniana, tanto sono affini alla seminale “Signify” dei Porcupine Tree, dalla quale “Re-awakening” si differenzia solo in parte nella ritmica, per l’utilizzo del doppio pedale alla cassa. Nelle atmosfere più delicate, inoltre, si lascia apprezzare un ipnotico arpeggio che ripercorre “Aeropause” dei Pure Reason Revolution. E poi ancora flauto!!!
Chiude l’album “Isterectomia”, traccia sperimentale, ipnotica e spiraliforme. Su un elettronico ritmo jungle si alternano flauto e canto declamatorio. L’ottimo ricamo alla chitarra e un basso pulsante riportano nuovamente alla luce gli Sleepytime Gorilla Museum più ipnotici e ritmati. Samples sinistri si insinuano subdolamente nella mente quasi a volerla destabilizzare. Un senso di angosciante claustrofobia permea un’atmosfera insalubre, “uterina”, dalla quale ci si libera solo nel brevissimo epilogo… a sorpresa!!!
Tutto questo è “Assurdo”! Un’esperienza di ascolto che va oltre le consuete percezioni e che assume, nel suo complesso, consistenza fisica, materiale.

Superbo anche l’artwork, che cela, tra sfumature acquerellate e sbavature, i volti fieri dei componenti della band. Management a cura di Claudio Milano dei Nichelodeon.
Album consigliato a chi ama la buona musica!

Antonio Menichella

Per info e contatti:

www.gardenwallband.com
info@gardenwallband.com
www.lizardrecords.it

Album samples:

http://soundcloud.com/gardenwall

 

 

Perchè si dice fuggi da foggia… (la città vista dagli altri nel 700 e nel 800)

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[…]
Ebbene, alla voce “Foggia” questa guida non riportava neppure una stella di qualità, anzi, secondo il compilatore, innumerevoli erano i disagi ed i pericoli in agguato nella città e pronti ad aggredire l’incauto visitatore: aria mefitica, sporcizia dilagante, locande scomode ed inospitali e, ancora, caldo insopportabile, fetori ripugnanti, zanzare ed ogni altra sorta di insetti, oppure, freddo intenso, umidità perniciosa, febbre terzana. Ma ciò contro cui metteva in guardia l’invelenito abate, era l’indole perversa degli abitanti: svogliati ed insolenti gli uomini, ma anche violenti e consumati da insana passione per vino, gioco d’azzardo e furto; focose le donne, ladre pure esse e soprattutto inclini alla lascivia godereccia. Su quest’ultimo particolare, poi, quasi a perfezionare, con un ultimo sapiente tocco, il proprio capolavoro di sistematica demolizione della città, il Longano si intratteneva, raccontando, con piccanti dettagli, l’esperienza di un suo pellegrinaggio, l’ultima domenica di aprile, all’Incoronata, dove aveva potuto constatare come la popolazione femminile foggiana, vibrante di passione per gli incipienti tepori primaverili, praticasse in quel sacro bosco ben altre devozioni che quelle religiose e si dedicasse, invece, con trasporto e consumata esperienza al soddisfacimento di ogni sorta di appetiti, sino al ritorno in città che, per il modo in cui avveniva, somigliava più al corteo di sfrenate baccanti, che non alla processione di pie pellegrine.

Così, Foggia veniva liquidata per sempre e l’abate si toglieva, finalmente, dalla scarpa il sassolino che, da tempo, vi
giaceva.

Un ritratto tanto nefasto, comunque, non è da credere che fosse solo la conseguenza delle idiosincrasie o delle sfortunate esperienze personali del Longano, perché impressioni negative analoghe alle sue ricorrono anche nelle
memorie dei viaggiatori italiani e stranieri che nel corso di ‘700 e ‘800 si trovarono a passare per il Capoluogo daunio. Ebbene, dalle loro pagine affiora una città del tutto differente da quella che ci hanno rappresentato gli storici locali, facendosi interpreti delle aspirazioni municipalistiche di una borghesia ristretta e frustrata: non un centro urbano ricco ed elegante, quindi, ma soltanto un labirinto di strade e viuzze indecenti e un’accozzaglia informe di case basse e
sordide, dove conduceva la sua esistenza povera e piatta una becera umanità.
Il viaggiatore, appena entrato in città, sia che provenisse da nord, da sud, da est o da ovest, veniva immediatamente colto, guardandosi intorno, da una spiacevole sensazione di precarietà, di disordine, di sporcizia: ne restarono
addirittura sconcertati i turisti francesi che, poco distratti, a differenza dei colleghi inglesi e tedeschi, dalle romantiche impronte sveve, erano più critici osservatori di quelle dei contemporanei. Léon Palustre de Montifaut, il celebre archeologo, scrisse, ai primi dell’Ottocento, nel suo Da Parigi a Sibari: “Foggia dà a prima vista l’impressione di un immenso accampamento. Tutte le case sono basse, sporche e sono dimora della gente di campagna che costituisce la maggior parte della popolazione“; un giudizio sfavorevole, ma meno severo, in definitiva, di quello di Cesare Malpica che, una trentina di anni prima, ne Il giardino di Italia, aveva definito le case dei Foggiani “covili sudici e tenebrosi“, oppure di Giuseppe Ceva Grimaldi, il quale, nell’Itinerario da Napoli a Lecce, non aveva usato mezze misure nel descrivere la città. Tra le altre brutture sue peculiari, aveva fatto, in particolare, notare come le strade, tracciate
sommariamente e costruite senza quelle pendenze laterali necessarie a raccogliere e fare scorrere via acque piovane e rifiuti liquidi, si trasformassero con grande frequenza in una indecente fanghiglia, nella quale, in mezzo ad ogni
sorta di indescrivibili presenze, sguazzavano tranquillamente maiali, galli, galline, anatre. Questa fastidiosa e repellente circostanza scatenò anche l’irritato sarcasmo della scrittrice Juliette Figuier che, esasperata da quella melma
dilagante, nella quale, non solo, affondava sino alle caviglie, ma era pure costretta a saltellare poco dignitosamente, sollevando le gonne, a causa delle innumerevoli pozzanghere e degli onnipresenti animali da cortile di ogni misura e specie, fuggì, ad un certo punto, da Foggia, non senza averla prima immortalata, ne L’Italie d’après nature, “regno per eccellenza dei porci e dei polli“. Più tenace di lei o, forse, più sognatore, Paul Bourget, poeta e saggista, trovò, invece, nel fascino delle vestigia federiciane un motivo per resistere al fango; l’arco di Federico II, però, non fu sufficiente a fargli vincere l’”infamia degli alberghi e la sordidezza delle vetture“, cui dedicò un istruttivo brano foggiano delle sue
Sensations d’Italie. Così, alla fine, anche lui fece tempestosamente le valigie per lidi più ospitali.

La situazione non offriva spiragli di miglioramento con il sopraggiungere della buona stagione e dell’estate: ai pantani subentrava un altro disagio, forse anche più pericoloso, il torrido sole foggiano, contro il quale le strade larghe,
senza alberi, costeggiate da case basse non erano in grado di offrire il benché minimo riparo. Percorrerle, quindi, specialmente nelle ore diurne, metteva sull’avviso, ai primi dell’800, il frate naturalista Michelangelo Manicone, nella
Fisica Appula, significava esporsi al rischio di beccarsi il “causone”, noto anche come “chiodo solare”, una febbre insistente, capace di condurre alla tomba anche l’uomo più robusto. Un buon alibi, comunque, per la proverbiale
infingardaggine dei Foggiani, contro la quale si spuntarono le richieste, dapprima insistenti poi accorate, del pur caparbio Charles Yriarte, giornalista parigino, che, alla fine, rassegnato a non poter penetrare la corazza della pigrizia
locale, si sfogò nelle pagine de Le Rive dell’Adriatico, mettendo precauzionalmente in guardia ognuno dal venire in Foggia, terra della poltroneria, perché, avvertiva, “tutto si chiude in questa città da un’ora e le vie rimangono deserte; le botteghe non si riaprono più sino alla fine della giornata e per molte ore è impossibile comperar puranco un francobollo o un sigaro“.
Il caldo e, in particolare, l’assenza di piogge, unico sistema allora in uso per lo smaltimento dei rifiuti liquidi e solidi urbani, causavano, però, anche altri disagi: rendevano meglio visibili nelle strade tutte le sconcezze che stalle, macellerie, pescherie e popolazione vi scaricavano a getto continuo e, soprattutto, ammorbavano l’aria tutto intorno. Il fetore, appunto, oltre alla sporcizia è l’altra caratteristica che colpiva quanti giungevano a Foggia: un puzzo opprimente aleggiava sull’abitato e, se si entrava nelle abitazioni, non scompariva, bensì si mescolava ad essenze ancora più nauseabonde. La causa di fenomeni tanto fastidiosamente aggressivi da offendere le raffinate narici del conte Friedrich Leopold Stolberg, letterato tedesco di passaggio per il Capoluogo daunio alla fine del ‘700, e da indurlo,
come egli ricorda nel suo Viaggio in Italia, alla fuga soltanto poche ore dopo il proprio arrivo, viene chiarita dal Manicone. Egli, infatti, spiega che fuori della città si estendevano per largo tratto i così detti “saldoni”, distese di terra mai solcate dall’aratro, sulle quali, nel corso dei secoli, si era ammassato lo sterco di innumerevoli ovini, bovini, equini, con conseguenze pestilenziali, soprattutto quando il centro abitato si trovava sottovento; nelle case, invece, le esalazioni mefitiche provenivano dal “comune” che, in alternativa alla campagna, era, allora, il servizio igienico più diffuso in città: una sorta di pozzo nero molto sommario, i cui effluvi, dovuti ai depositi organici mai rimossi di intere
generazioni, solo leggermente erano attenuati dalla polvere di carbone e dalla terra umida usati a tale scopo dai proprietari.
Dalla sporcizia e dal fetore onnipresenti non andavano esenti neppure le locande e gli alberghi, ai quali, pure, era affidato il delicato compito di presentare il biglietto da visita della città presso quei visitatori che, per la prima
volta, vi fossero giunti. Ne fece le spese oltre a Paul Bourget, la già citata JulietteFiguier, cui Foggia, sicuramente non menzionata nei già diffusi “Baedeker”, dovette fare l’effetto sgradevole di una esperienza allucinante. Annotò nei suoi
appunti: “La città non possiede che locande proprio miserabili. Quella in cui scendiamo, che è la migliore, sarebbe tutt’al più buona per dei carrettieri. Ci è impossibile toccare la minestra o la carne che ci presentano. Qui, poi, i
tovaglioli li passano, senza mai esser messi al bucato, da un viaggiatore all’altro.
Le posate sono unte, la tavola è poco pulita, i sughi sono pieni di mosche e il soffitto di ragnatele“. Ma il peggio doveva ancora arrivare e si presentò puntuale, quando la Figuier, alle prese con particolari del servizio attinenti ad
una sfera più intima della persona, sbottò: “in questo paese mezzo barbaro, la pulizia è lettera morta, come anche il pudore. I recipienti per l’acqua, e ogni altro oggetto necessario alle cure della toilette sono qui sconosciuti“. In
conclusione, la povera francesina fu costretta a mettere mano al borsellino per avere da un’incredula e attonita cameriera indigena acqua pulita tutte le mattine e, soprattutto, per potere usare, quando le necessità fisiologiche lo richiedevano, con relativa serenità quel servizio igienico che, essendo l’unico della locanda ed essendo considerato pubblico, ossia accessibile pure ai passanti, rappresentava quasi un porto di mare, dove a tutti era lecito approdare, con conseguenze facilmente immaginabili, sia per l’intimità necessaria in certi delicati momenti, sia per i sorprendenti ritrovamenti che la famosa sporcizia di Foggia poteva riservare. Nelle locande foggiane, però, si lamentarono Matilde Perrino ne La Puglia del ‘700 e un suo contemporaneo, il tedesco Carlo Ulisse de Salis von Marschlins, autore del Viaggio nel Regno di Napoli, non era neppure consentito riposare, perché, ebbe a scrivere più diffusamente Giuseppe Ceva Grimaldi, “l’infelice viaggiatore che vi arriva è ricevuto alla soglia di esse da falangi di insetti che il clima genera e che il sudiciume delle stanze e de’ mobili moltiplica. Se, poi, la stanchezza ed il sonno l’obbligano a gittarsi sul letto scomodissimo, allora quelle piccole arpie corrono a divorarlo; ed in vece di riparar le sue forze con dolce riposo, egli è costretto a balzar via disperato dal letto inospitale”.
Eppure, in questa realtà tanto poco confortevole e quasi ostile, il commercio fioriva e prosperava; annotava un cronista settecentesco locale, Gerolamo Calvanese: “Foggia cresce di giorno in giorno di abitatori forestieri“, numerosi erano, infatti, coloro che, proprio nel corso del XVIII secolo, raggiungevano la città attratti dalle sue libertà mercantili. La qualifica professionale di questi immigrati, provenienti da numerosi centri del Napoletano, dell’Abruzzo, del Barese, risulta ben precisata nel catasto onciario di metà ‘700 con un dato che deve fare riflettere: pochissimi i braccianti, molti, invece, i mercanti. “Foggia è una gran piazza di commercio”, scriveva, quindi, il Galanti, prendendo atto di questa crescita economica legata all’importanza del mercato agrario locale, basato, esclusivamente, sul commercio agricolo-zootecnico: la fiera, con la vendita di bestiame selezionato e di lana, costituiva un punto di riferimento obbligato per l’intero Regno, mentre, accanto ad essa, i grandi quantitativi di cereali conservati nelle innumerevoli fosse granarie alimentavano un fiorente traffico.
I Foggiani, allora, pur se un po’ sporchi e disordinati erano, forse, imprenditori audaci, abili mercanti e artefici di grandi patrimoni? Sentiamo cosa ne pensavano i viaggiatori contemporanei. Non ne erano affatto convinti né
Antoine Laurent Castellan, né Charles Didier, scrittore svizzero, che, ai primi dell’Ottocento, anzi, scrisse ne l’Italie pittoresque, “ ci sono a Foggia enormi depositi di grano; lo si conserva in fosse, come in Marocco, ma il popolo muore di fame sulla pietra che chiude quei depositi!“. E non era il solo a vederla così, perché anche il Castellan, suo contemporaneo, nelle Lettres sur l’Italie, osservò che la maggior parte dei Foggiani non aveva nulla a che spartire con l’enorme ricchezza giacente sotto i loro piedi, il suo controllo, come quello degli ovini che appestavano la città, spettava soltanto a mercanti, allevatori, imprenditori agricoli, residenti, per lo più, in Campania, in Abruzzo, in Terra di Bari, dove, appunto, approfittando dell’assenza di concorrenti locali e delle facilitazioni loro accordate dall’amministrazione municipale, trasferivano e investivano i capitali guadagnati sotto il naso dei Foggiani, costretti, così, a tenersi il fetore ed a rimanere all’asciutto di denari.
Potrebbe sembrare incredibile che la città ed il suo fiorente mercato, con il complice consenso degli amministratori e buona pace degli abitanti, costituisse una fonte di ricchezza quasi esclusivamente per gli speculatori forestieri, eppure questa circostanza viene confermata anche dalle informazioni di natura fiscale fornite su Foggia dal catasto onciario di metà secolo XVIII e dai registri relativi a imposta personale e fondiaria istituite dai Francesci agli inizi dell’Ottocento. Ebbene, nel Capoluogo daunio, su una popolazione residente di oltre 18.000 unità, tra fine ‘700 e primo ‘800, soltanto una diecina di persone, tra cui il marchese Filiasi, Francesco Paolo Celentani, Giuseppe la Rocca, il marchese De Luca, disponendo di proprietà fondiarie ed immobiliari e di un reddito annuo di circa 2.000 ducati, potevano essere considerate ricche; appena un migliaio di individui, invece, percependo entrate annuali comprese tra i 400 ed i 150 ducati, rientravano nella classe di reddito di operai, artigiani, impiegati, commercianti al minuto; la rimanente popolazione, infine, non arrivava, spesso, neppure a guadagnare quei 120 ducati l’anno, ritenuti indispensabili per
sopravvivere, ed era da assimilare, quindi, ai salariati agricoli, il cui reddito si aggirava intorno ai 60/70 ducati. Mancava, insomma, il ceto imprenditoriale medio-alto. Nessuna meraviglia, pertanto, se Paul Louis Courier, ufficiale
napoleonico e scrittore, dopo essersi aggirato per le strade, annotasse nelle sue Lettere dall’Italia: “il popolo la fa da padrone, a Foggia ancor più che a Napoli. Non si vede che il popolo, non abbiamo potuto scorgere un solo borghese.
Dove si trova, in Capitanata, la classe alta? ” alla fine, non senza stupore, capiva che la componente prevalente della società locale erano proprio quei poveracci dall’aria inequivocabilmente campagnola e poco amante della fatica, descritti da Paul Bourget “solennemente avvolti nei loro mantelli, immobili e silenziosi, in piazza, a guardarsi gravemente da un giorno all’altro“. Con la statuaria, sintomatica immobilità degli adulti contrastava, però, lo straordinario dinamismo dei bambini; osservava Juliette Figuier: “essi si muovono continuamente e sono laboriosi; così si affida loro ogni tipo di incarico. Al caffè, al ristorante, non trovate che bambini a servirvi. Si direbbe che, avendo sfruttato le proprie forze durante l’infanzia, questo popolo non può più trovarne in età matura. Non si ha l’idea della miseria, della noncuranza e dell’incuria di questa popolazione indolente“. Affermazioni in buona parte vere; tuttavia, il foggiano, quando non riusciva a fare tacere i morsi della fame con gli espedienti, per cui andava famoso, s’inventava, pure, alcuni lavoretti, descritti dal Manicone come originali manifestazioni di folklore locale. Il più diffuso era la raccolta delle ciammaruchelle: per tre o quattro mesi all’anno, da giugno a settembre inoltrato, intere famiglie la praticavano nei campi intorno alla città, garantendosi, cosi una minestra, ma anche un po’ di denaro da parte degli immancabili mercanti forestieri che facevano incetta di quelle lumache per un prezzo bassissimo e si arricchivano, poi, esportandole, come ebbe modo di fare notare, sul finire del secolo scorso, Raffaele Vittorio Cassitto, attento economista, in uno studio-denuncia, volutamente ignorato dalle autorità amministrative ed economiche locali.
Il Manicone, comunque, descrisse pure altri mestieri, che, per la loro
stranezza, possono costituire una singolare testimonianza della diffusa indigenza
foggiana dell’epoca: la caccia alle infestanti cavallette, ad esempio, piuttosto
evitata, però, perché da effettuare con la faticosa e pesante “spinata” e, più
largamente praticata, invece, in quanto meno gravosa, la caccia al sorcio
campagnolo, animale dannoso alle colture e talmente diffuso nei campi intorno
a Foggia – nel 1790 se ne catturarono trecentomila in una sola masseria -, da
fare nascere degli autentici professionisti, i “sorciari”, che, alla pari dei “lupari”
abruzzesi, si facevano pagare dai massari i trofei delle proprie vittime. In un
regime economico tanto precario, l’alimentazione della popolazione non
poteva che essere molto povera; scriveva Leon Palustre de Montifaut con un
pizzico di ironia: “la carne, nella maggior parte dei casi, è sconosciuta, ma il
fortunato
171.foggiano deve solo allungare la mano per trovare tutto quello che occorre per
il suo nutrimento: una lattuga verde, un po’ di finocchio”. E, in realtà, come è
testimoniato anche dalla “Statistica” murattiana del 1809 e da quella dello Scelsi
del 1865, i Foggiani erano, volenti o nolenti, vegetariani; il loro piatto di più
largo consumo consisteva nella minestra di erbe e legumi, in genere fave; ma la
vera base del vitto quotidiano si riduceva, spesso, al solo pane, la così detta
acqua e sale, oppure, il pane cotto con l’olio, raramente d’oliva, più di frequente
di lentisco e, talvolta, unito alle erbe selvagge ed a qualche cipolla. Purtroppo,
però, proprio Foggia, mercato frumentario per eccellenza, aveva un pane poco
nutriente e di sapore tanto disgustoso, da indurre quanti, come Ceva Grimaldi
e Didier, ebbero occasione di assaggiarlo a non ripetere l’esperienza, perché,
scrissero, era “azzimo e mal cotto, mefitico e fetente”. Due, a detta del
Manicone, anche lui tra le vittime, le ragioni di questi suoi difetti: la disonestà di
amministratori, commercianti di granaglie e fornai che, complici nel realizzare
illeciti guadagni, destinavano alla panificazione pubblica il così detto frumento
di “solìma”, un prodotto di scarto, ammuffito e precocemente fermentato a
causa della lunga permanenza nelle fosse interrate; e, in secondo luogo,
l’inadeguatezza dei forni, che, alimentati, per la scarsezza di legna nel Tavoliere,
con il letame di stalla, lasciavano le pagnotte poco cotte e umide, ma anche
impregnate dell’orribile puzzo emanato da quel singolare combustibile, mentre
bruciava. L’unica nota di fantasia gastronomica, informa il solito Manicone, in
una dieta alimentare tanto povera e monotona, veniva ai Foggiani dal “rusco” o
“pungitopo” e dall’”orno” o “frassino”, due piante abbastanza comuni nella
campagna dell’epoca: dalla prima, torrefacendone e manipolandone
opportunamente le bacche, essi si fabbricavano, in regime di assoluta autarchia,
una bevanda simile al caffè; dalla seconda, lavorando la manna, si procuravano
una sorta di economico dolcificante. Né l’una né l’altro, però, incontrarono tra
gli incuriositi cronisti dell’epoca, volontari disposti ad assaggiarli per
tramandarne la descrizione dell’aroma e del sapore, cosicché è oltremodo
legittimo il dubbio che fossero in grado di soddisfare soltanto palati non
troppo schizzinosi; come pure risulta chiaro dalle testimonianze sinora riferite
che per buona parte dei Foggiani, secondo quanto avevano ben visto Leon
Palustre de Montifaut e Charles Didier e denunciato Matilde Perrino, la
sopravvivenza era consentita proprio dalla raccolta, nell’incolto intorno al
172.centro abitato, di tutte quelle erbe spontanee che garantivano una integrazione
della dieta non meno importante di quella assicurata dalla spigolatura e, talvolta,
dal misero allevamento di autoconsumo costituito da qualche gallina.
Alla pari dell’alimentazione erano sommari anche gli abiti dei Foggiani:
niente, quindi, dei poco probabili costumi, eleganti e colorati, tramandati dalle
raffinate stampe settecentesche ed ottocentesche, ma, come si legge nella
“Statistica” murattiana e in quella dello Scelsi, d’estate, una camicia ed un
calzone, per gli uomini; un indumento di ruscetta ed una gonna, per le donne; ai
piedi degli uni e delle altre, poi, una rozza suola di cuoio fermata da ruvidi
legacci. Qualche rara signora della piccola borghesia locale ostentava pure,
annotava il Malpica, qualche modello dei sarti francesi Giroux e Cardon,
acquistato a Napoli, ma il tedesco Gustav Meyer preferiva, nonostante il
povero e sommario abbigliamento, o forse proprio per quello, di gran lunga le
avvenenti popolane, perché, scriveva nelle sue Escursioni in Puglia: “sono ben
fatte, sono chiare di viso e portano i capelli a trecce, fissati dietro la nuca, come
si possono ammirare nei busti antichi di donne greche”. D’inverno, però, ogni
bellezza svaniva sotto scialli e mantelli di grossolana fattura; uomini e donne si
somigliavano un po’ tutti nell’abbigliamento, con stupore della Juliette Figuier
che commentava: “gli indigeni rimangono sempre col corpo magistralmente
avvolto in un mantello di panno e con la testa coperta. Li si direbbe
musulmani”, la “Statistica”, infine, si limitava ad aggiungere laconicamente: “la
biancheria non si cambia che dopo 15 giorni e gli abiti due volte l’anno. I più
poveri, vestiti di cenci, non li cambiano se non quando ne cadono i pezzi”.
Questa diffusa indigenza unita al regime alimentare carente di proteine animali e
di frumento, le baracche inadatte a proteggere da un clima caratterizzato da
forti escursioni termiche e da notevole umidità, l’inosservanza delle più
elementari norme di igiene, l’assenza di forme organizzate di assistenza sanitaria,
affidata per lo più alla pietà dei religiosi, contribuivano a rendere le infezioni e la
morte una minaccia sempre incombente sulla città, a causa di malaria,
tubercolosi, febbri terzane, tifo ed epidemie a carattere endemico. Nel
complesso, quindi, il centro urbano e la campagna circostante avevano fama di
essere malsane e pericolose, come si può rilevare dai timori, più volte,
manifestati da Juliette Figuier, Paul Bourget, Carl Ulisses von Salis-Marschlins e,
in genere, anche da tutti gli altri viaggiatori stranieri ed
173.italiani. Paure, comunque, dalle quali non si salvavano neppure gli abitanti del
Regno di Napoli: Natale Cimaglia, ad esempio, a metà ‘700, nella sua opera
Della natura e sorte delle biade in Capitanata, aveva scritto: “la morte della specie
umana è assai frequente a Foggia, come vi è attiva la riproduzione”, mentre,
una cinquantina d’anni più tardi, anche Carlo Afan de Rivera, nella Memoria per
bonificare la pianura di Capitanata, aveva osservato come i Foggiani non
arrivassero ad invecchiare, perché morivano ancor giovani. In effetti,
confermano le statistiche mediche dell’epoca, a Foggia, tra ‘700 ed ‘800, la vita
media aveva una durata tra i 25 ed i 30 anni; il tasso di mortalità era del 60 per
mille ed i decessi superavano le nuove nascite. La condizione igienico-sanitaria
del Capoluogo non sarebbe cambiata per l’intero secolo XIX; Michele
Buontempo, infatti, nel suo Cenno storico-statistico di Foggia del 1842, rilevò che
solo in quell’anno, su una popolazione di 23.000 unità, erano morti 290 neonati,
201 bambini dai 2 ai 7 anni, 136 adolescenti dagli 8 ai 18 anni, 430 individui dai
19 ai 50.
Di fronte ad una situazione tanto poco allegra, anzi funerea, più che
logica, quindi, la conclusione: “Fuggi da Foggia!” e tutti, in verità, scappavano
via, senza farselo ripetere, un po’ per la sporcizia e per i vari disagi, come si è
visto, ma soprattutto per paura di rimetterci la pelle. I viaggiatori si
intrattenevano giusto qualche giorno, per riposare e attendere il cambio dei
cavalli; i mercanti, per portare a termine i propri affari. La città, pertanto, quasi
prigioniera dei suoi numerosi problemi, rimaneva chiusa in sé stessa ed isolata
dall’esterno, cosicché Paul Louis Courier, confrontando la realtà foggiana con
altre e quasi descrivesse una colonia da incivilire, annotava: “Foggia sfugge
ancora all’impero del progresso e ha tutta l’originalità di un paese vergine; la
natura conserva qui l’aspetto selvaggio e il popolo la spontaneità dei suoi istinti”.
A proposito degli istinti dei Foggiani, però, più dettagliate informazioni sono
sicuramente reperibili nei rapporti pubblicati sul Giornale dell’Intendenza dai
funzionari locali di polizia, che, alle prese nel Capoluogo con un perenne stato
di tensione sociale, erano costretti ad intervenire con frequenza, per arginare o
prevenire ogni tipo di reato contro persone e cose e, soprattutto, il furto,
considerato una pratica quasi legittima per superare le difficoltà della vita. “Chi
ara diritto, muore disperato”, suonava, appunto, un proverbio locale che
ammoniva contro i disastrosi risultati dell’onestà; così tutti si davano
174.da fare, con maggiore o minore destrezza, a danno degli incauti forestieri. Tra
gli altri ne fece le spese lo scrittore Paul Louis Courier, il quale lasciò una
risentita memoria del danno subito nelle sue Lettere dall’Italia, dove scrisse: “a
Foggia, cioè in terra latronum, pullulano i ladri, ed è un’arte il rubar così onorata
e profittevole, e senza pericoli, che tutti la voglion fare”. Accanto al furto, l’altra
risorsa locale più diffusa, anch’essa ai limiti della legalità, era “Pontescuro”: un
vicoletto insignificante, eppure arcinoto ai Foggiani ed a tutti gli abituali
frequentatori della città, perché vi avevano eletto il proprio domicilio un gran
numero di professioniste dell’amore, di qui, quel continuo e lucroso viavai, che
suscitò nel Longano dapprima curiosità e subito dopo scandalizzata condanna.
E non aveva visto ancora tutto. Pontescuro, infatti, non rappresentava a Foggia,
pur essendo la più conosciuta, l’unica sede dei proficui traffici amatorii;
tutt’altro, pochissime erano, al contrario, le vie che non li ospitavano, così,
almeno, assicurava il frate Manicone, solitamente bene informato, il quale, anzi,
rimase talmente scosso dagli spregiudicati e scollacciati costumi delle donne
foggiane, da immortalarle, nella sua Fisica Appula, con la colorita immagine di
“femmine briffalde abituate a passare con naturalezza da una mano all’altra”.
Foggia, però, era anche una città che, nonostante tutto o forse proprio
per quello, amava divertirsi: è un aspetto del suo carattere, cui immanca-bilmente
fanno cenno quanti la visitarono, da Charles Didier a Cesare Malpica a
Juliette Figuier a Charles Yriarte a Georg Amold Jacobi, e messo in evidenza,
meglio di altri, dal Manicone che annotò: “non si può descrivere l’ardore, la
frega e la voglia spasimata che hassi qui dagli uomini e dalle donne, dai ricchi e
dalla plebe per le feste e gli spettacoli”. E, in effetti, ogni avvenimento
diventava subito pretesto di baldoria generale e accadeva, così, che i Foggiani,
solo per il piacere di spassarsela a spese di qualcuno, festeggiassero con
naturalezza e pari entusiasmo i Francesi di Championnet ed i Sanfedisti di
Ruffo; le truppe di Napoleone e quelle dei Borboni; Francesco II di Napoli e
Vittorio Emanuele II di Piemonte. Insomma, in nessun luogo come a Foggia,
l’antico adagio “Francia o Spagna basta che si magna” trovò più entusiasti
sostenitori.
La vera passione cittadina, però, come sottolineano Cesare Malpica e
Juliette Figuier, era il teatro: i drammi buffi in musica e le commedie in prosa
venivano, di tanto in tanto, rappresentati anche da compagnie di buon
175.livello artistico provenienti dalla Capitale, i cui spettacoli riscossero
l’approvazione di autentici esperti, come il commediografo parigino Paul
Bourget che scrisse nelle Sensations d’Italie: “qualche sera, a Foggia, avevamo la
risorsa del teatro. Gli attori, e soprattutto le attrici, avevano una estrema
semplicità di tono e la loro interpretazione era così naturale, che facevamo
fatica a pensare ad uno spettacolo”. Questo gusto per le rappresentazioni si era
educato, a Foggia, nel corso del Settecento, quando in città aveva funzionato
addirittura un’orchestra stabile che, mantenuta a spese del Doganiere,
organizzava periodicamente concerti e spettacoli in musica; per la prosa, invece,
nello stesso periodo funzionava un teatrino lercio e sporco, minuziosamente
descritto dal Manicone. Nel corso dell’Ottocento, invece, e soprattutto nella
seconda metà, furono operativi almeno quattro edifici teatrali, diversamente
importanti: accanto al più prestigioso, l’attuale Giordano, c’erano il Politeama,
costruito in legno, e l’Olimpia e l’Eden Parisien, autentici baracconi e, si direbbe
oggi, sale a luce rossa, data la natura degli spettacoli che ospitavano. Finirono
ambedue, verso la fine del secolo scorso, nelle fiamme.
Oltre al teatro, Foggia non offriva come occasioni di svago che
“Pontescuro”, il vino e il gioco d’azzardo: molte le cantine, più o meno sordide,
e, ai primi dell’Ottocento, addirittura un casinò, segnalato da Paul Louis
Courier e confermato da Carlo Maria Villani, ubicato, con l’autorizzazione
dell’Intendenza, presso il palazzo del marchese De Luca e gestito dai soliti
forestieri, sempre pronti a speculare in Foggia, data l’assenza di qualsiasi
concorrenza imprenditoriale. Non a caso il regolamento della casa da gioco
vietava l’ingresso a domestici, artigiani, operai, contadini; insomma alla quasi
totalità dei Foggiani. Essi, però, non si persero d’animo e, manifestando uno
spirito d’iniziativa sino ad allora sconosciuto, si organizzarono autonomamente:
dovette, quindi, essere proprio in quei lontani anni che il “Totonero” mosse, a
Foggia, i suoi primi, timidi passi, perché, quasi d’incanto, come informa il
Giornale dell’Intendenza, fiorirono illecitamente riffe, lotterie, botteghini di
scommesse, dove non mancava mai chi, tra un bicchiere e l’altro, fosse
disposto a giocarsi quel poco che aveva su tutto e contro tutti. Alla fine, però,
le risse inevitabili e feroci, indussero l’autorità di polizia a proibire le uniche
evasioni da un’esistenza ingrata che i Foggiani avevano a portata di mano:
l’ebbrezza del vino e l’emozione del gioco d’azzardo.
176.Con quest’ultima nota ha termine l’itinerario, al seguito dei viaggiatori
italiani e stranieri, attraverso quella Foggia sette-ottocentesca che, se si deve
prestare fede alle loro parole, non aveva né aspetto allettante né popolazione
accattivante, pur disponendo, peraltro, di buoni presupposti per poter fornire
una diversa immagine di sé.
Di chi o di che cosa la responsabilità? Senza dubbio dell’indole fiacca e
svogliata dei Foggiani e della scarsa imprenditorialità della loro classe dirigente,
ma, in buona parte, anche di una lunga serie di sfavorevoli circostante storiche,
politiche e sociali che mettevano, con buona pace degli indigeni, nelle mani di
spregiudicati speculatori e imprenditori forestieri ogni risorsa locale,
condizionando, così, lo sviluppo della città e la crescita sociale e civile dei suoi
abitanti.
“Fuggi da Foggia”?, quindi, può darsi; ma gli unici, cui, paradossalmente,
sarebbe convenuto fare le valigie erano proprio i Foggiani, costretti a condurre
una magra esistenza e, per di più, con la beffa di avere a portata di mano
incredibili ricchezze, senza poterne disporre.
Ma, se tanto nera si presentava la condizione foggiana di ieri, com’è
quella di oggi? Insomma, l’antico detto “Fuggi da Foggia” può considerarsi
tramontato, oppure ancora valido?

 

Fonti: http://www.bibliotecaprovinciale.foggia.it/capitanata/1987/1987pdf_parte2/1987_pII_165-177_Ventura.pdf

 

Unità di misura locali: la versura

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Biccari… l’infanzia… la scuola…

Le informazioni che apprendiamo entrano nella nostra testa, nella nostra memoria e lì restano fino a quando vengono risvegliate, agganciate o, usando un termine tecnico, “triggered“!

E così per me è stata una sorpresa riscoprire il termine “versura”, che ho imparato a suo tempo così: “un ettaro sono 10000mq… una versura? 12345mq!“. Facile, no?

Oggi ho (ri)scoperto che la versura è una unità di misura di superficie usata solo nella provincia di Foggia!

Da Wikipedia:

Nella provincia di Foggia, l’unità locale di misura della superficie usata in agraria è la versura.
Il valore della versura è variabile da comune a comune; nel capoluogo corrisponde a 123,45 are, ossia a 12.345 m2

Altre misure locali correlate:

1 versura 4 tomoli
1 versura 60 passi
1 passo 7 palmi
1 passo 60 passitelli

 
Che dire: una gradevole sorpresa!